www.resistenze.org - osservatorio - italia - politica e società - 18-10-03

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In che cosa consiste lo "Scandalo di Telekom Serbia"?


(Lettera aperta a "Liberazione" dalla Sezione Italiana del Comitato Internazionale per la Difesa di Slobodan Milosevic)

Fiumi d'inchiostro ed ingorghi di parole sono stati e vengono tuttora dedicati alla vicenda dell'acquisto di una quota di minoranza di Telekom Serbia da parte dell'Italia nel 1997.

Particolarmente interessante a riguardo e' l'editoriale di Giovanni Russo Spena, apparso su "Liberazione" del 28 settembre 2003. Assodato che lo "scandalo", o meglio il polverone, scatenato soprattutto nelle ultime settimane attorno alla vicenda serve essenzialmente a fini di strumentalizzazione politica interna (Russo Spena parla addirittura di "verminai di Stato"), bisogna tuttavia rilevare che e' impossibile capire, nel merito, su che cosa si stia effettivamente polemizzando. Lo "scandalo Telekom Serbia" riguarda uno dei tanti episodi di corruzione italiana? Oppure si ritiene che tangenti in lire italiane siano state incassate dall'entourage di Milosevic? Forse si contesta il fallimento di quella operazione, dal punto di vista economico? O fa scandalo piuttosto il fatto, in se e per se, che si sia voluta realizzare una operazione finanziaria con la Jugoslavia di Milosevic (ritenuto un dittatore sanguinario, vedi una recentissima copertina di "Panorama")?

Andiamo ad esaminare queste ipotesi, una per una.

A tutt'oggi, la magistratura non ha accertato che siano state pagate tangenti di alcun tipo ad alcuno dei protagonisti italiani, politico o manager o mediatore che fosse. Viceversa, sono fioccate a raffica denunce per calunnia e diffamazione contro i cosiddetti "supertestimoni". Idem sul versante jugoslavo e serbo, dove la locale magistratura pare abbia avviato una inchiesta su quei fatti solo qualche giorno fa, e solo in seguito alle forti pressioni del governo italiano: nessun elemento concreto infatti sussiste a carico di Milosevic, della sua famiglia o del suo piu' stretto entourage, nonostante numerosissime siano ormai le inchieste a loro carico, per reati di tutti i tipi, intentate nell'ambito della campagna denigratoria condotta dal regime (iperliberista ma profondamente illiberale) oggi al potere. Gli interrogatori per "Telekom Serbia" condotti a Belgrado a fine settembre su richiesta dei magistrati italiani non hanno dato alcun esito, dal punto di vista dell'accertamento di un qualsivoglia reato.

Piu' verosimili appaiono allora le altre due ipotesi: ovvero che  la polemica sia rispetto all'opportunita' di quella operazione dal punto di vista finanziario-imprenditoriale, oppure dal punto di vista strettamente politico, cioe' di politica internazionale. Russo Spena, legittimamente, non entra nel merito dei risvolti imprenditoriali, ovvero del successo o meno dell'investimento; ci si attende pero' da lui, come anche da "Liberazione" ovvero dal PRC, una analisi politica di merito. Che cosa si evince, in questo senso, dall'articolo di Russo Spena?

Secondo Russo Spena, "all'epoca dei fatti, la comunita' internazionale (e il governo USA in primo luogo) aveva investito su Milosevic come l'uomo della pacificazione nei Balcani, delle liberalizzazioni  e delle privatizzazioni dell'economia jugoslava, di cui molti paesi occidentali usufruirono."

Dunque, secondo Russo Spena, gli USA volevano la pace nei Balcani, e per questo si appoggiavano a Milosevic. In realta', ne' l'una ne' l'altra idea corrispondono al vero: piuttosto, puo' darsi che, dopo gli accordi di Dayton, ci fosse una linea diplomatica europea di questo tipo, della quale certamente anche Dini e' stato un rappresentante. Gli USA, viceversa, preparavano ulteriore destabilizzazione dell'area, oltre ad un cambiamento di classe dirigente in Serbia: lo dimostrano i fatti, sui quali non abbiamo nemmeno bisogno di argomentare.

Economicamente, gli USA non investirono neanche un fico secco nella Jugoslavia di Milosevic: Russo Spena dimostri il contrario, se puo'. Furono solo pochissimi paesi europei ad interessarsi alle prime privatizzazioni jugoslave: Italia, Grecia, Francia.

Prosegue Russo Spena: "Successivamente, dopo due anni (...) si realizzo' il tragico paradosso del governo D'Alema che bombardo', a Belgrado, manufatti e strutture di telecomunicazioni a partecipazione azionaria italiana."

Giusto, ma come spiegare questa contraddizione? Anzi: se addirittura gli USA avessero davvero investito su Milosevic, approfittando della liberalizzazione dell'economia jugoslava eccetera - come ipotizza Russo Spena - la contraddizione rappresentata da quei bombardamenti sarebbe ancora piu' stridente, ed inspiegabile.

"Nutro qualche fondato sospetto che i dossier, in gran parte falsi, sui quali lavorano le destre in commissione, giungano da Oltreatlantico, dagli ambienti neoconservatori intorno a Bush, ansiosi di riscrivere, nell'ottica della guerra preventiva, la storia dei rapporti balcanici fra paesi europei  e la Jugoslavia (presunta comunista) di Milosevic."

E' certo assai probabile che i dossier abbiano questa provenienza. Dini sin dall'inizio ha parlato esplicitamente, addirittura in Senato, di "manovali della CIA" (vedi "Il Manifesto",1/3/2001). Tuttavia, i neoconservatori USA non hanno bisogno di ri-scrivere proprio niente: la politica USA verso i Balcani negli ultimi 10 anni non e' mai veramente cambiata: essa e' stata sempre coerentemente ostile alla Jugoslavia. Si legga ad esempio (su "Panorama" del 4/9/2003) l'intervista a Robert Gelbard, inviato di Clinton nei Balcani all'epoca dell'acquisto della società serba da parte della Telecom Italia: "Eravamo contrari all'operazione ed è falso che l'America incoraggiasse investimenti a favore di Milosevic". Come puo' Russo Spena asserire il contrario?

Il vero "scandalo di Telekom Serbia" per noi e' allora proprio questo: e cioe' che si continui ad insistere, a sinistra come a destra, con l'uso ossessivo dei soliti luoghi comuni sulla Jugoslavia di Milosevic, nonostante tutto quello che e' successo nel frattempo. Vale a dire a piu' di 12 anni dalla scelta occidentale di approvare le secessioni; a piu' di 4 anni dai bombardamenti su Belgrado; a piu' di due anni dalla cattura di Milosevic da parte dell'illegale e politico "tribunale" dell'Aia. E mentre resta ancora drammaticamente aperta la crisi balcanica in tutti i suoi aspetti - a partire dalla situazione ignobile del Kosovo, trasformato oggi in campo di concentramento e di sterminio, sorvegliato da aguzzini NATO, per tutte le minoranze non albanesi come anche per gli albanesi-kosovari democratici.

In realta' quella che emerge dallo scritto di Russo Spena e' una interpretazione maliziosa, contraddittoria, ma per un verso corretta delle politiche di Milosevic: politiche da leader socialista moderato, mirate ad addivenire ad accordi con l'Occidente ed a sostenere l'economia nazionale nell'epoca della guerra e delle sanzioni, conservando pero' allo Stato quote di controllo ("golden share") in tutti i settori strategici. Il centrosinistra al governo nell'Italia di quegli anni faceva le stesse identiche cose: e cioe' le privatizzazioni con il "golden share". Ed il partito di Russo Spena, allora, appoggiava quelle politiche.

L'operazione "Telekom Serbia" fu dunque una legittima operazione tra due Stati che perseguivano ciascuno il proprio interesse nazionale. Al di la' di possibili malversazioni - mai da escludere conoscendo il nostro paese, ma ancora indimostrate - ed al di la' degli aspetti relativi al successo o meno dell'investimento in quanto tale, il vero "fallimento" della operazione e' consistito nel suo essere indigesta ed inaccettabile al padrone statunitense, che non voleva ne' la pace ne' tantomeno la normalizzazione dei rapporti tra Jugoslavia e resto del mondo.

Certo, proprio la Serbia - ma quella di oggi e non quella di Milosevic! - si configura ormai come caso esemplare di privatizzazione selvaggia, di svendita agli stranieri, con tutto quanto di tragico questo comporta dal punto di vista sociale ed umano. Di questo, e di centomila scandali reali inerenti alla selvaggia ricolonizzazione economica dei Balcani, Russo Spena dovrebbe anche occuparsi.

5 ottobre 2003

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