www.resistenze.org - osservatorio - lotta per la pace - 27-09-04

da: www.contropiano.org

Punti fermi nella lotta globale contro la guerra e l'ingiustizia sociale


Intervento di Walden Bello al Meeting del movimento antiglobalizzazione di Beirut
17 settembre 2004

Siamo qui riuniti a Beirut in un momento critico. È un momento segnato da correnti contrarie in Iraq, gli USA sprofondano sempre di più in un pantano stile Vietnam, con 1000 soldati uccisi dal 20 marzo 2003 alla prima settimana di settembre.
In Palestina il muro sionista continua ad essere costruito con una velocità di un km al giorno.

Un anno fa, 14 settembre 2003, alcuni di noi erano a Cancun in Messico, ballando con gioia al centro convegni per celebrare il collasso del quinto meeting ministeriale del WTO. Oggi, il WTO, la suprema istituzione della globalizzazione, è tornato sui suoi piedi sull’adozione, il mese scorso, del documento di Genova di Framework firmato per velocizzare il disarmo economico dei paesi in via di sviluppo.
A New York poche settimane fa, abbiamo visto il ripudio di massa di G.W. Bush e della sua politica di guerra da più di 500.000 persone che hanno marciato nelle strade di New York. Oggi, i sondaggi mostrano che lo stesso G.W. Bush ha 10% in più di Kerry di possibilità di vincere e questo risultato avrà un impatto di massa sul destino del mondo nei prossimi anni.

Il futuro, compagni, è nell’equilibrio, come noi ci incontriamo in questa città storica, con la sua gloriosa storia di resistenza all’aggressione israeliana e all’intervento americano.
Come sapete, molte persone volevano venire a Beirut per essere con noi. La dimensione, il respiro e la diversità della nostra assemblea qui oggi sottolinea la forza, il potere del nostro movimento.
Sarebbe utile una breve rivisitazione della nostra storia dell’ultima decade per apprezzare dove siamo ora.

MARCIA DALLA MARGINALIZZAZIONE

Meno di dieci anni fa il nostro movimento era marginale. La fondazione del WTO nel 1995 sembrò segnare che la globalizzazione era il futuro, e che coloro che si opponevano erano destinati a soffrire lo stesso destino dei luddisti??? che combatterono contro l’introduzione delle macchine durante la rivoluzione industriale. La globalizzazione porterà prosperità sulla sua scia e come può uno opporsi alla promessa dei più grandi beni per il più grande numero che le corporazioni transnazionali, guidate dall’invisibile mano del mercato, copriranno il mondo?

La crisi finanziaria asiatica del 1997 provocò un improvvisa, selvaggia dimostrazione dell’impatto destabilizzante dell’eliminazione dei controlli del flusso di capitale globale. Cosa può essere più selvaggio del fatto che la crisi portò un milione di persone in Tailandia e 22 milioni in Indonesia sotto la soglia di povertà nello spazio di poche settimane nell’estate del 1997?

La crisi finanziaria asiatica è stato uno degli eventi che ha tolto le bende dagli occhi della gente e li ha costretti a guardare incapaci la dura realtà. Una di quelle realtà era il fatto che il libero mercato che il fondo monetario internazionale e la banca mondiale avevano imposto a circa 100 economie in sviluppo ha indotto non un circolo virtuoso di crescita, prosperità e uguaglianza ma un ciclo di stagnazione economica, povertà e ineguaglianza. L’anno 2001 ci ha portato l’11 settembre ma non solo, il 2001 è stato l’anno del conto per il fondamentalismo del libero mercato, l’anno che l’economia argentina, il ragazzo copertina del neoliberismo economico, crollò, mentre negli Stati Uniti, le contraddizioni delle guide finanziarie, il capitalismo globale senza regole pulì 4,6 trilioni di dollari in ricchezza investita – metà del prodotto interno lordo americano – e inaugurò un periodo di stagnazione e crescita di disoccupazione dal quale il centro del capitalismo mondiale non si è ancora ripreso.

Mentre il capitalismo globale si muove di crisi in crisi, la gente si organizza nelle strade, nei luoghi di lavoro, nei luoghi della politica a parlare della sua logica distruttiva. Nel dicembre 1999, una dimostrazione di strada di massa, più di 50.000 persone, dimostrarono con una rivolta dei governi dei paesi in via di sviluppo nel centro convegni di Seattle per bloccare il terzo incontro del WTO. Le proteste globali erodono anche la legittimità del FMI e della banca mondiale, i due pilastri del governo economico mondiale, sebbene in modo meno drammatico.

I movimenti di massa contro il neoliberismo portarono al potere in Venezuela, Argentina e Brasile, Ecuador e Bolivia nuovi governi. Il quinto incontro ministeriale a Cancun, un evento associato nella mente di molti all’altruistico suicidio del contadino coreano e alle barricate dell’attivista Lee Kyung-Hae in via campesina, divenne seattle II. E , a novembre, a Miami, la stessa alleanza di società civile e governi di paesi in via di sviluppo imposero a Washington di ritirare dal programma neoliberale la radicale liberalizzazione del commercio, della finanza e gli investimenti che era stata minacciata di imporre nell’emisfero occidentale attraverso FTAA, libera area di commercio delle Americhe.

LOTTANDO CONTRO L’IMPERO

La lotta per la giustizia globale e l’equità è stata una spinta del nostro movimento. L’altra è stata la lotta contro il militarismo e la guerra. Per i movimenti contro gli interventi imperialisti, gli anni ’80 e ’90 non sono state buone decadi. Le lotte di liberazione nazionali ritirate, momento perso, o erano compromesse in molte parti del mondo. Con della eccezioni, come in sud Africa, dove l’ANC è andata al potere, Palestina, dove la prima intifada diede ad Israele una sconfitta politica e militare, Libano, da dove gli USA fuggirono nel 1983 dopo la morte di 241 marines con la bomba sulla loro base, collocata a pochi km da qui e da dove gli israeliani furono cacciati nella decade successiva, e non dimentichiamo la Somalia, dove la distruzione dell’unità dei ranger USA a Mogadiscio spinse l’amministrazione Clinton a interrompere il suo intervento militare nell’ottobre 1983.

Gli ideologi della globalizzazione hanno promosso l’illusione che accelerando la globalizzazione avremmo raggiunto il regno della pace perpetua,. In alternativa, il nostro movimento sosteneva che, al procedere della globalizzazione, i suoi effetti economicamente e socialmente destabilizzanti avrebbero moltiplicato i conflitti e l’insicurezza. Guidata da logica corporativa, la globalizzazione, noi sostenevamo, provocherà un’era di imperialismo aggressivo che cercherà di abbattere l’opposizione, prendere il controllo delle risorse naturali e rendere sicuri i mercati.

Abbiamo dimostrato di avere ragione, ma ci tocca qualche volta guadagnare le nostre posizioni.
Siamo ancora disorientati dagli eventi dell’11 settembre 2001 e dalla politica interna della Afghanistan che ci rende incapaci di rispondere effettivamente alla politica di invasione del paese da parte degli USA.

Ma è così chiaro che la guerra chiamata “Guerra contro il terrore” è semplicemente una scusa per aumentare la richiesta di assoluta supremazia militare o, nel gergo del pentagono, Dominio a spettro totale.

Fine 2002 inizio 2003, il movimento finalmente inizia ad agire, diventa una forza globale di giustizia e pace che mobilita 10 milioni di persone in tutto il mondo il 15 febbraio 2003, contro l’invasione dell’Iraq. Non siamo riusciti a fermare l’invasione americana e britannica ma abbiamo contribuito a delegittimare l’occupazione e aumentato le difficoltà per gli invasori che hanno violato le leggi internazionali e molte regole della convenzione di Ginevra in Iraq.
Il New York Times, in occasione del 15 febbraio 2003, disse che ci sono solo due super potenze oggi nel mondo, gli stati uniti e la società civile globale. Io non ho dubbi che le forze di pace e giustizia prevarranno sulla contemporanea incarnazione di impero, sangue, terrore che sono gli Stati Uniti.

IRAQ, LA RESISTENZA E IL MOVIMENTO

Il nostro movimento è in ascesa. Ma la nostra agenda è consistente, i nostri obiettivi formidabili. Per nominarne uno: noi dobbiamo guidare gli Stati Uniti fuori dall’Iraq e l’Afghanistan. Noi dobbiamo fermare la crescente politica di genocidio di Israele contro il popolo palestinese. Noi dobbiamo imporre la regola della legge a stati fuori legge come USA, GB e Israele. Comunque noi dobbiamo trovare il modo di diventare massa critica che in maniera decisiva contribuirà alla lotta di liberazione dell’Iraq.

Mi spiego. Negli ultimi mesi, ci sono stati due eventi significativi in Iraq, uno sono i sistematici abusi sessuali fatti nelle prigioni di Abu Graib, il secondo è la ribellione di Fallujah ad aprile.

Lo scandalo di Abu Graib ha strappato l’ultimo brandello di legittimità della presenza USA in Iraq. La ribellione di Fallujah, che ha visto uomini, donne e bambini combattenti sconfiggere l’élite delle legioni coloniali di Washington, i marines, è stato il punto di svolta della guerra in Iraq nella liberazione nazionale. Fallujah è stata seguita dalle ribellioni in altre città come Najaf e Ramadi. Esso dimostra che la resistenza irachena non viene portata avanti da residui dei fedeli di Saddam Hussein ma è popolare e in crescita.

Lasciatemi leggere un recente articolo dal New York time sulle condizioni a Ramadi e Fallujah, che erano un microcosmo in Iraq. Esso dice “gli sforzi americani a costruire una struttura di governo intorno al former partito baath , collasso. Entrambe le città e molte province anbar sono ora sotto il controllo della milizia, con le truppe americane confinate principalmente ai fori protetti ai vertici del deserto??????????????

La domanda è non è lontano il momento che Washington verrà sconfitta dalla resistenza irachena. Sarà sconfitta. La domanda è quanto a lungo andrà avanti questa impossibile situazione, sulle risoluzioni a questo punto, il nostro ruolo nel movimento per la pace globale è molto importante.
Washington aspetta malgrado gli attacchi giornalieri della resistenza contro le sue truppe. Data la situazione , la vittoria della resistenza del popolo iracheno sarà definitivamente affrettata da una cosa: l’emergere di un forte movimento globale contro la guerra come quello che quotidianamente portò nelle strade migliaia di persone prima e dopo l’offensiva TET del 1968. Finora non si è materializzata, sebbene l’opposizione alla presenza usa in Iraq è il sentimento dominante globale e la disillusione delle politiche de governi in Iraq sia ora diffuso nella maggioranza della popolazione americana.

Infatti, nel momento di maggior bisogno del popolo iracheno, il movimento di pace internazionale ha avuto problemi a entrare in marcia. Le manifestazioni del 20 marzo 2004, sono state significativamente più piccole di quelle del 15 febbraio 2003, quando 10 milioni di persone marciarono nel mondo contro l’invasione dell’Iraq. Il tipo di pressione di massa internazionale che ha impatto sui politici – la dimostrazione quotidiana dopo la manifestazione di centinaia di migliaia in città dopo città – semplicemente non è in evidenza, almeno non ancora.

Forse la maggior parte della ragione sta nel fatto che gran parte del movimento internazionale della pace esita a legittimare la resistenza irachena. Chi sono? Possiamo effettivamente appoggiarli? Queste domande sono state sempre di più gettate ai sostenitori di un ritiro politico e militare incondizionato dall’Iraq.
Affrontiamolo: l’uso del suicidio come arma politica continua a preoccupare molti attivisti che vengono allontanati da affermazioni come quelle dei leader palestinese che, con orgoglio, asseriscono che gli uomini bomba sono l’equivalente di un F-16 per il popolo palestinese oppresso. Vediamo: il fatto che gran parte della resistenza sia in Iraq che in Palestina è islamica piuttosto che di ispirazione secolare continua a preoccupare molti occidentali attivisti di pace.

Finora non c’è mai stato un movimento per la liberazione nazionale o l’indipendenza gentile. Molti progressisti non apprezzavano alcuni metodi dei Mau-Mau in Kenya, l’FNL in Algeria, l’NLF in Vietnam. Questi progressisti dimenticano che i movimenti di liberazione nazionali non chiedono loro supporto politico o ideologico. Quello che realmente vogliono dall’esterno, dai progressisti come noi, è la pressione internazionale per il ritiro di una occupazione illegittima così che le forze interne possano avere spazio per costruire un governo nazionale veramente basato sui propri e unici processi. Fino a che daranno il loro implicito condizionamento alle loro azioni sulla garanzia che un movimento di liberazione nazionale tagliato sui propri valori sarà quello che andrà al potere, molti attivisti pacifisti continueranno a essere intrappolati dentro il paradigma di imporre le proprie condizioni su un altro popolo.

Per essere chiaro, noi non possiamo promuovere soluzioni condizionali - anche uno che dice che gli USA e la coalizione ritirino le truppe solo se c’è una presenza di sicurezza ONU che prende il posto di quella americana. Il solo principio valido è: ritiro incondizionato delle forze politiche e militari americane e della coalizione ora. Punto.

Ma se il futuro dell’Iraq continua a pendere nell’equilibrio, la resistenza irachena ha già aiutato a trasformare l’equazione globale.
Gli Stati Uniti sono più deboli oggi del 1 maggio 2003 quando Bush dichiarò la vittoria in Iraq. L’alleanza atlantica che ha vinto la guerra fredda non ha più funzione, soprattutto per la divisione sull’Iraq. Spagna e Filippine sono state forzate a ritirare le truppe dall’Iraq, e la Tailandia ha ora tranquillamente seguito la causa, contribuendo all’isolamento degli USA. La situazione in Afghanistan è più instabile ora che lo scorso anno, con il mandato USA esteso soltanto ai sobborghi di Kabul. Il militante dell’Islam, che gli Stati Uniti considerano oggi il nemico numero uno, è ora più vigorosamente diffuso attraverso il sud est asiatico, il sud Asia e il medio oriente.

In America latina, noi abbiamo masse popolari anti-neoliberali e anti americane nei movimenti in Brasile, Argentina, Venezuela e Bolivia che sono sia al governo o stanno facendo difficoltà ai governi per mantenere le loro politiche neoliberali e di libero mercato. Hugo Chavez ha frontalmente cambiato l’imperialismo in un suo proprio cortile, e rimane al potere con il supporto organizzato del popolo venezuelano. Più potere a lui e al popolo venezuelano.
Per sua presunzione, gli Stati Uniti stanno soffrendo di questo fatale malattia di tutti gli imperi - imperialismo esagerato.

Il nostro ruolo, facendo eco al grande rivoluzionario cubano Che Guevara, è peggiorare questa crisi di supremazia, non soltanto estendendo il movimento di solidarietà internazionale contro gli Stati uniti in Iraq, l’asse Israele- americano in Palestina, e l’intervento americano in Colombia. È anche dare nuova vita e rinvigorire le lotte contro la presenza imperialista USA nei nostri paesi e regioni. Per esempio la lotta contro le base USA nel nord est asiatico e la presenza militare USA per la cosiddetta guerra al terrore nel sud est asiatico è qualcosa a cui dobbiamo dedicarci.
Attraverso un nuovo ordine economico globale

La lotta contro l’imperialismo e la guerra è un fronte della nostra lotta. L’altro fronte è la lotta al cambiamento delle regole dell’economia globale, per questo è la logica del capitalismo globale di cui sono sorgente gli USA, l’Unione europea e il Giappone che è la sorgente della distruzione della società e dell’ambiente. La sfida qui è togliendo potere a istituzioni quali la banca mondiale, il fondo monetario internazionale e il WTO, questo obiettivo non deve essere sottostimato - testimone, per esempio, la recente resurrezione a Genova del WTO che molti di noi pensavano avrebbe sofferto un maggiore colpo alla sua fondazione a Cancun.

La sfida è che anche quando noi distruggiamo il vecchio, dobbiamo osare immaginare e vincere con i nostri programmi e visione per il nuovo. Contrariamente ai reclami di ideologie di stato, i principi che dovrebbero essere pilastri di un nuovo ordine globale ci sono. Il principio primordiale è che anziché una società guidata dal mercato e dall’economia, bisogna – per usare l’immagine di un grande ungherese Kar Polany – “ri-imprimere” nelle società valori come comunità, solidarietà, giustizia e equità. A livello internazionale, l’economia globale deve essere de-globalizzata, e , significa che la partecipazione nell’economia internazionale deve servire per rinforzare e sviluppare piuttosto che distruggere le economie locali nazionali.

La prospettiva e i principi sono qui, la sfida è come ogni società può articolare questi principi e programmi in modi univoci che corrispondono ai propri valori, ritmi, personalità e società. Chiamiamoci post moderni, ma centrale per il nostro movimento è la convinzione che, in contrasto ai credi comuni sia neoliberismo che socialismo burocratico, non c’è una sola scarpa che indossiamo tutti. Non è il problema di una alternativa ma di alternative. E fino a che un nuovo ordine costruito su principi di giustizia, sovranità, rispetto delle diversità non ci sarà non ci sarà una pace reale.

DUE SFIDE

Lasciatemi finire tornando all’obiettivo urgente, che è sconfiggere gli USA in Iraq e Israele in Palestina. Noi non siamo qui a celebrare la nostra forza ma, molto più importante, a indirizzare le nostre debolezze per i prossimi giorni.
Una delle sfide è come dare indirizzo alle azioni spontanee, oltre la coordinazione che rimane a livello dei giorni di coordinamento internazionale della protesta. Il nemico è estremamente ben coordinato a livello globale e noi non abbiamo scelta che uguagliare a livello di coordinazione e cooperazione. Ma noi dobbiamo uguagliare con un professionismo che rispetta le nostre pratiche democratiche anzi dobbiamo affrontarlo in modo da fare delle pratiche democratiche un vantaggio.
L’altra sfida che mi piacerebbe sottolineare è quella di avvicinare il gap culturale e politico tra i movimenti globali per la pace e le loro controparti nel mondo arabo e islamico.

Questa differenza che l’imperialismo ha sfruttato fino in fondo, con i suoi sforzi di dipingere molti dei nostri compagni arabi e mussulmani come terroristi e sostenitori del terrorismo.

Non possiamo permettere che questa situazione continui, che è la ragione per cui stiamo tenendo questo incontro. Lasciatemi dire che fino a che i movimenti e i movimenti arabi falsificheranno fortemente, organici legami di solidarietà, noi non vinceremo la lotta contro l’imperialismo e la globalizzazione di corporazione.
Così il futuro della lotta è nell’equilibrio – un equilibrio che dipende da cosa succederà nei prossimi pochi giorni qui a Beirut. Avanzeremo, rimarremo fermi o arretreremo? La risposta è una che dipende da ognuno dei 300 delegati che sono qui da tutto il mondo. Sono prudentemente confidente. Perché? Perché so che il pensiero giusto è qui, la tolleranza per le differenze è qui e il desiderio politico di raggiungere una unita azione per sopraffare le forza dell’ingiustizia, dell’oppressione e la morte, è qui.