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Convegno nazionale "Con Stalin per il socialismo 1953-2013" [vedi]
Firenze 17/03/2013
 
Pubblichiamo di seguito la seconda raccolta dei contributi che ci sono giunti.
 
Contributo dell'Associazione Stalin
Contributo di Piattaforma Comunista
Contributo del Centro Culturale e le Edizioni "La Città del Sole"

Contributo dell'Associazione Stalin | associazionestalin.it
 
Luciano Bronzi *
 
17/03/2013
 
Abbiamo accettato volentieri la proposta di indire questo convegno sul 60° dalla morte di Stalin nella speranza che si riesca a riprendere una discussione pubblica e collettiva sull'opera di un grande dirigente comunista e rivoluzionario.
 
Gli avvenimenti storici, dal XX congresso del '56 al crollo dell'URSS, della DDR e di altri paesi socialisti dell'est europeo ci hanno messo sulla difensiva e i nemici del movimento comunista sono riusciti a sviluppare in profondità un'azione anticomunista demonizzando il nome e l'opera di Stalin.
 
Noi, ovviamente non ci siamo accodati a queste tendenze, ma dobbiamo ammettere che non ci siamo neppure attrezzati in modo adeguato per combatterle.
Quando diciamo che non siamo riusciti finora a controbattere la campagna antistalinista ci riferiamo non tanto a lodevoli posizioni di esigue minoranze a proclamarsi eredi politici di Stalin, quanto alla capacità di trasmettere con un lavoro adeguato di informazione e di dibattito il nostro punto di vista sul periodo '24-'53.
 
Non sono mancate ovviamente meritevoli iniziative editoriali tese a contrastare la vulgata antistalinista, ma il tutto è avvenuto in modo frammentario e spesso con un uso partitico dell'icona di Stalin che non ha certamente giovato al raggiungimento dell'obiettivo che ci dovremmo porre. Non perchè, a nostro parere, un partito non può o non deve mettere alla base della propria posizione anche il richiamo a Stalin e alla sua opera teorica e storica, bensì perchè l' autoproclamazione non esaurisce il problema che è quello di contrastare nell'azione quotidiana l'antistalinismo nella misura e nelle forme più adeguate.
 
Circa venti anni fa, un'iniziativa analoga a quella dioggi, si svolse a Roma con la partecipazione di parecchie centinaia di compagni e di compagne. Ebbene non mi sembra che da allora si siano fatti passi in avanti. L'antistalinismo si è consolidato anche grazie a Rifondazione comunista e il suo massimo teorico, Bertinotti, che è andato in profondità nella denuncia di quelli che egli definisce gli errori e gli orrori del comunismo novecentesco. E proprio in Rifondazione coloro che, per provenienza, avrebbero dovuto difendere la storia del movimento comunista hanno taciuto per viltà e opportunismo.
 
Nel corso di questi anni, però, nonostante gli avvenimenti dell' 89 ci siamo sempre più convinti che la questione Stalin è strettamente connessa alla ripresa del movimento comunista. Non si può parlare di ripresa del movimento comunista senza sciogliere questo nodo e porlo come discriminante tra chi si può ritenere comunista e chi invece vuole introdurre dentro questa posizione delle ambiguità e delle teorizzazioni che ne travisano la sostanza.
 
Perchè riteniamo, per un comunista, discriminante la posizione su Stalin?
A nostro parere per due ordini di problemi, uno di carattere storico e un secondo di carattere teorico.
 
Sul piano storico la grottesca demolizione della propaganda anticomunista, di destra come di sinistra tende a negare che il movimento comunista nel periodo '24-'53 abbia raggiunto i grandi successi che conosciamo. Se l'Unione Sovietica è rimasta, fino alla morte di Stalin, cioè per un trentennio, un solido baluardo del movimento comunista ciò è dovuto al ruolo che egli ha svolto dentro il paese e a livello internazionale. Solo degli agenti dell'imperialismo o dei cialtroni che si fanno passare per rivoluzionari possono pensare che l'URSS potesse sopravvivere, dopo la morte di Lenin, senza una guida sicura e capace. Il lavoro che Stalin ha svolto nel trentennio a cui ci riferiamo è quello che ha permesso la trasformazione del paese in termini rapidissimi, la sua capacità di resistere contro le minacce esterne fino alla vittoria contro la potenza militare nazista e di creare le basi di una società socialista nell'intero sistema economico compresa l'agricoltura dove l'arretratezza creava, dopo gli anni '20, una serie di grossi problemi che andavano affrontati se ci si voleva collegare col progetto di un nuovo modello di società che si stava edificando. E quest' ultima cosa era indispensabile data la prevalenza contadina del paese.
 
Non potendo negare l'evidenza, dalla rapida industrializzazione,alla collettivizzazione dell'agricoltura, ad un nuovo modello di organizzazione sociale in cui lavoratori e contadini venivano coinvolti direttamente da protagonisti,fino alla grande vittoria sul nazismo, gli anticomunisti e gli antistalinisti mettono l'accento sul prezzo pagato per raggiungere tali obiettivi e sul fatto che questo ha comportato uno scontro interno al partito comunista e nella società sovietica.
 
Non è un caso che le polemiche e le accuse allo stalinismo puntano sempre attorno all'alternativa Bucharin che viene presentato come colui che avrebbe offerto agli eredi della rivoluzione d'ottobre e ai cittadini sovietici una strada per uno sviluppo equilibrato dell'URSS.
 
Affermare questo significa non aver presente che cos'era l'URSS dopo la rivoluzione d'ottobre e non capire le esigenze che scaturivano dal contesto interno e internazionale per mantenere aperta una prospettiva comunista. La rivoluzione non è finita il 7 novembre, ma è iniziata a partire da quella data e non si è conclusa neppure con la fine della guerra civile organizzata dalle forze reazionarie del vecchio regime con l'appoggio delle potenze imperialiste dal momento che, vinta la reazione armata, si trattava di dare un futuro comunista ai risultati raggiunti senza soluzione di continuità.
 
Alla luce di queste considerazioni l'operato di Stalin si presenta come quello di un comunista che raccogliendo l'eredità rivoluzionaria di Lenin ha sviluppato, nelle nuove condizioni, i processi iniziati con l'ottobre. Questi nuovi passaggi non erano e non potevano essere passaggi pacifici perchè, come si è detto, si scontravano non solo con il ruolo attivo dell'imperialismo contro l'URSS, ma anche con le conseguenze delle accelerazioni dei processi interni su cui la prospettiva comunista doveva basarsi. L'industrializzazione del paese, la difesa militare, la liquidazione del retroterra di conservazione rappresentato dalle campagne e, per riferirci alla questione del partito, gli ondeggiamenti di un antileninista come Trotski e della destra Zinovievista e buchariniana sono tutti problemi che il partito bolscevico sotto la direzione di Stalin ha dovuto affrontare e naturalmente questo non poteva avvenire, come tutte le vere rivoluzioni insegnano senza soluzioni drammatiche. E ovviamente questo non garantisce dagli errori che in un processo rivoluzionario si possono determinare, ma quello che decide sul giudizio sono le questioni essenziali.
 
Solo una direzione ferrea e una capacità di individuare gli obiettivi strategici, dunque, potevano assicurare i risultati, questo è l'essenziale. Chi pensa, al contrario, che la rivoluzione sia un pranzo di gala,sta fuori della comprensione dei veri processi storici, prescinde da una concezione materialistica delle forze in campo e ripropone l'opportunismo. Non è un caso che gli sbandamenti e la sconfitta, degli oppositori di Stalin siano, prima di tutto, incomprensione delle scelte che andavano operate in un contesto rivoluzionario e spiegano l'esito delle opposizioni alla linea di Stalin e innanzitutto la loro sconfitta politica. I famosi processi di Mosca degli anni '30 sono successivi a questa sconfitte e ne marcano, poi, la sanzione drammatica quando gli sconfitti passano dal dibattito sulle scelte politiche alla cospirazione. Come, all'epoca della rivoluzione francese con il ghigliottinamento di Danton quando si trattava di difendere la Francia rivoluzionaria.
 
Da un punto di vista teorico è molto importante, per i comunisti, indagare sulle scelte del periodo '24-'53. Non per stabilire meccanici nessi tra quella fase storica e il presente, ma per capire l'applicazione di principi rivoluzionari in un contesto di sviluppo di una prospettiva comunista.
 
Se il leninismo è la base teorica su cui si sono formati i partiti comunisti, distinguendosi dai socialdemocratici e individuando gli obiettivi strategici del movimento comunista russo e mondiale fino alla presa del potere, il ruolo di Stalin è stato quello di gestire con fermezza e lucidità i passaggi successivi che hanno consentito ai comunisti di essere protagonisti del novecento.
 
Come nelle favole dei buoni e del cattivo ci si aspettava il lieto fine. Perchè non c'è stato? In apparenza la responsabilità è del bieco dittatore che ha impedito la realizzazione del socialismo buono. Ma più che la polemica astratta contro le centrali anticomuniste e trotskiste ad esse collegate che propagano queste teorie, ci aiuta a capire l'analisi materialista della realtà. Essa ci dice che nel periodo che prendiamo in considerazione, cioè il '24-53 , l'URSS si è trovata sempre in una situazione di emergenza, anche dopo la sconfitta della Germania e questa è una normalità quando una rivoluzione avanza e cambia i rapporti di forza. Questo non hanno capito i comunisti 'buoni' .
 
Emergenza non è una parolina che significa eccezionalità. Semmai è l'equivalente di cui parlava Lenin nel Rinnegato Kautski a proposito della definizione marxiana di dittatura del proletariato, quando questi tentava di contrabbandarla per una questione marginale.
 
Si pensi solamente che dopo la prova tremenda della guerra e la necessità della ricostruzione. l'URSS si doveva misurare con l'atomica americana, la guerra fredda contro la cosidetta cortina di ferro, la divisione della Germania, i contraccolpi della rivoluzione cinese nel contesto internazionale, i processi di trasformazione socialista nelle democrazie popolari dove la borghesia era storicamente consolidata, si pensi alla guerra di Corea.
 
E la capacità di Stalin è stata quella di coniugare la difesa delle posizioni conquistate con una visione strategica dell'alternativa al capitalismo e all'imperialismo. Quello che la visione trotskista voleva impedire mettendosi a servizio dell'imperialismo era proprio questo. Eliminare la concretezza del processo di cambiamento.
 
Su tutte queste vicende, sulla loro interpretazione, l'Associazione Stalin ritiene che bisogna svolgere un lavoro di analisi approfondita da trasformare in battaglia politica e teorica.
 
Nel concludere, infine, desidero fare alcuni accenni alla situazione dopo la morte di Stalin e alla controrivoluzione che ne è seguita.
 
Da che cosa ha origine la controrivoluzione? Ripetere che Kruscev ha tradito è una tautologia per dei marxisti. La questione è perchè Kruscev è riuscito nel suo intento, su quali forze ha fatto leva, qual'è la responsabilità del movimento comunista internazionale?
 
Anche di questo, in futuro, dobbiamo discutere seriamente, al di fuori della retorica antirevisionista e dell'appello alla necessità di rilanciare astrattamente la lotta per il socialismo di cui, invece, dobbiamo concretamente individuarne i percorsi, se non vogliamo che risulti una parola vuota.
 
Paradossalmente è ancora Stalin a darci la chiave interpretativa degli avvenimenti successivi al marzo 1953. Difatti, egli ci ha insegnato, nel trentennio in cui ha diretto il movimento comunista che per un intera epoca storica lo sviluppo di un processo rivoluzionario non può che avere una stabilizzazione relativa, per cui pretendere che si possa avere un socialismo realizzato mentre è in corso una lotta mortale tra due sistemi è fuori della realtà e della storia. Quindi la teoria di Stalin secondo cui man mano che il socialismo avanza si acuisce lo scontro di classe, con il rovesciamento controrivoluzionario del XX congresso del PCUS si è pienamente confermata.
 
Difatti, alla morte di Stalin c'erano due possibilità: o si andava avanti con la competizione inevitabile col capitalismo e l'imperialismo oppure si arrivava ad un compromesso che poneva fine all'antagonismo innescando processi controrivoluzionari. La demonizzazione del tiranno, nel caso francese di Roberspierre, ha portato dal Termidoro all'impero. In URSS è avvenuta la stessa cosa. Quindi a ben vedere c'è un filo rosso che guida gli avvenimenti del periodo che stiamo prendendo in considerazione e che indica il lavoro di analisi storica e di deduzione teorica che noi ci auguriamo possa partire da questo convegno con la collaborazione di tutti. Credo che un atto di responsabilità collettiva stavolta è assolutamente necessario. Se vogliamo degnamente commemorare il 60° della morte di Stalin.
 
La proposta che noi dell'Associazione Stalin avanziamo in questo incontro è che si passi dalle parole ai fatti organizzando gli strumenti per un lavoro militante di analisi, ricerca, dibattito che sia efficace nella lotta all'anticomunismo e all'antistalinismo e che non coinvolga soltanto i compagni che hanno resistito alla marea controrivoluzionaria in questi decenni, ma coinvolga le nuove generazioni che manifestano la loro opposizione al sistema capitalistico.
 
* Luciano Bronzi Segretario dell'Associazione Stalin
Sito Dell'Associazione Stalin: www.associazionestalin.it
Per contatti: a.stalin@libero.it

 
Contributo di Piattaforma Comunista | piattaformacomunista.com
 
17/03/2013
 
I
 
Sono passati 60 anni da quel 5 marzo 1953 in cui il cuore del compagno Stalin cessò di battere. Ebbene, succede con Stalin come con le grandi montagne. Più ci si allontana, più la limpidezza della sua figura, l'importanza del suo pensiero e della sua opera rivoluzionaria risaltano in tutta la loro grandezza. E' difficile esporre questo o quell'elemento del suo lavoro, questa o quella battaglia di classe che diresse per far avanzare la rivoluzione proletaria e il socialismo in Unione Sovietica e nel mondo intero, senza scadere nella parzialità.
 
Ma non possiamo almeno accennare ad alcuni aspetti ed eventi a cui rimane legato il nome di Stalin, per avere un'idea dell'importanza che il suo lavoro ha avuto per lo sviluppo del movimento del moderno proletariato.
 
In primo luogo, il nome di Stalin è legato alla lunga lotta per la creazione di un partito veramente rivoluzionario della classe operaia; di un partito che sapesse organizzare l'avanguardia cosciente degli operai e sapesse portare nel movimento operaio la coscienza socialista e guidare le masse oppresse e sfruttate alla rivoluzione. Il compagno "Koba" fu prima di tutto un indomabile militante rivoluzionario del Partito bolscevico; un infaticabile organizzatore completamente dedito alla causa della liberazione dell'umanità dallo sfruttamento, dalla miseria, dall'ignoranza; un combattente e un dirigente dalle straordinarie doti teoriche, pratiche e morali che ha rappresentato le qualità migliori del proletariato rivoluzionario.
 
In secondo luogo, Stalin fu uno degli ispiratori e dei dirigenti della Rivoluzione Socialista d'Ottobre. Dopo la presentazione - da parte di Lenin - delle «tesi di Aprile», egli fu il principale artefice nel compito decisivo di trasformare la linea leninista in organizzazione e attività politica concreta, ed a fianco di Lenin svolse un ruolo di primo piano prima e dopo l'Ottobre Rosso. Nel periodo dal 1918 al 1920 fu il membro del Comitato Centrale lanciato da un fronte di guerra all'altro, lottando nei punti più pericolosi e decisivi per le sorti della Rivoluzione socialista.
 
In terzo luogo, Stalin quale continuatore dell'opera iniziata da Lenin, fu l'architetto dell'Unione Sovietica, il primo Stato socialista della storia. Il "meraviglioso georgiano", come Lenin ebbe a chiamarlo, compì una gigantesca opera nella fondazione delle repubbliche nazionali sovietiche, e nella loro unione volontaria nel nuovo Stato federativo plurinazionale. Alla figura e all'opera di Stalin sono legati la costituzione, lo sviluppo e la difesa dell'URSS, che egli diresse durante trent'anni mobilitando gli operai e i contadini sovietici nella costruzione del socialismo e contro la spietata reazione della borghesia interna e internazionale.
 
In quarto luogo, il compagno Stalin fu un eminente internazionalista, che dedicò la sua vita all'elevamento e al rafforzamento della classe operaia internazionale. Egli seguì costantemente l'attività e la politica dell'Internazionale Comunista partecipando in modo diretto alla trattazione di molti problemi concernenti l'attività delle sue principali sezioni. Fu il timoniere del Movimento comunista ed operaio internazionale, l'amico fedele dei popoli oppressi in lotta per la libertà, l'indipendenza, la democrazia e il socialismo, l'ispiratore e il sostenitore della costruzione del socialismo e del comunismo su scala mondiale. Grazie alla sua direzione, il Movimento comunista divenne una potenza mondiale, presente in ogni angolo della Terra, temprato ideologicamente, monolitico nella sua volontà, ispirato dai più alti ideali.
 
In quinto luogo, Stalin fu il comandante politico e militare, lo stratega dell'Armata Rossa, del movimento partigiano, della classe operaia e dei popoli sovietici in lotta contro il nazifascismo. Al suo nome rimarrà per sempre legata la formidabile ed eroica resistenza, la vittoriosa controffensiva che segnò le sorti della seconda guerra mondiale, la vittoria di Stalingrado, la più grande battaglia dell'umanità contro la barbarie nazifascista, che cambiò il corso della storia.
 
In sesto luogo, Stalin favorì la creazione di un potente e unito campo socialista e di un nuovo rapporto di forze su scala mondiale, più favorevole alla classe operaia; portò all'instaurazione della democrazia popolare in diversi paesi dell'Europa orientale, diede un potente impulso alle lotte di liberazione nazionale, antimperialiste e anticolonialiste. Anche nelle condizioni della «guerra fredda», voluta dall'imperialismo statunitense, Stalin difese con fermezza gli interessi dei popoli dell'URSS e del mondo, smascherando e condannando le posizioni revisioniste e le correnti controrivoluzionarie. La classe operaia e le masse popolari di tutti i paesi, i popoli che avevano imboccato la strada del socialismo, e quelli in lotta contro il colonialismo, avevano nell'URSS di Stalin un sicuro alleato, una potente base d'appoggio, pronta al sostegno e all'aiuto internazionalisti.
 
Il compagno Stalin è stato un uomo che ha dedicato tutta la sua vita al compito di costruire, difendere e rafforzare il Partito del proletariato, lo Stato del proletariato, l'internazionalismo del proletariato, assicurando al al proletariato una vittoria che è la vittoria dell'umanità. Questa è la verità rivoluzionaria, la verità della Storia. Questi sono i motivi per cui il nome del grande georgiano è ricordato ed ammirato da ogni proletario cosciente e, allo stesso tempo, è odiato dalla borghesia capitalista e della reazione mondiale, dai controrivoluzionari e dagli opportunisti. Attaccare e denigrare Stalin significa infatti attaccare e denigrare il socialismo, la rivoluzione proletaria, la libertà e l'emancipazione dei lavoratori e dei popoli. Spetta perciò a noi comunisti ricordare, difendere, valorizzare e attualizzare il suo pensiero e la sua opera rivoluzionaria, come suoi compagni e suoi seguaci.
 
II
 
Il compagno Stalin fu un grande rivoluzionario, non solo nella pratica, ma anche nella teoria. Affermiamo questo perché c'è una tendenza a vedere Stalin solo come un dirigente di tipo pratico, sottovalutando o negando i suoi meriti in campo teorico. Le accuse di mediocrità intellettuale e gli stereotipi che gli sono stati rivolti sono anch'essi conseguenza del lungo predominio revisionista e delle calunnie trotzkiste, espressioni di quell'ampio fronte antistalinista che va dai calunniatori aperti fino ai detrattori, passando per gli assertori dei cosiddetti "errori teorici" di Stalin. Vogliamo perciò evidenziare e valorizzare alcuni fondamentali contributi del compagno Stalin in campo teorico.
 
Prima di tutto abbiamo la nota definizione del leninismo, che Stalin ha caratterizzato come un fenomeno di carattere internazionale, come sviluppo ulteriore del marxismo. A differenza di Bukharin, Kamenev e Zinoviev, che consideravano il leninismo come l'applicazione del marxismo alle condizioni particolari della Russia, non applicabile agli altri paesi in quanto non avrebbe avuto un carattere generale, Stalin confutò i tentativi di distorcere e restringere il leninismo alla situazione particolare della Russia, a trasformarlo in un fenomeno puramente russo.
 
Allo stesso tempo Stalin ha indicato che la base teorica del leninismo è il marxismo, che senza comprendere e senza partire dal marxismo non c'è modo di comprendere il leninismo. La fondamentale definizione del leninismo come «il marxismo dell'epoca dell'imperialismo e della rivoluzione proletaria», come «la teoria e la tattica della rivoluzione proletaria in generale, la teoria e la tattica della dittatura del proletariato in particolare», non esisteva nei primissimi anni venti, fu assolutamente inedita, e la dobbiamo a Stalin. Perciò quando parliamo di marxismo-leninismo, quando ci definiamo marxisti-leninisti, non dobbiamo mai dimenticare che egli ha posto scientificamente i fondamenti di questa formulazione.
 
Il contributo di Stalin sulla questione nazionale e coloniale è fondamentale. Stalin è il creatore della teoria e del programma bolscevico della questione nazionale. Ha chiarito le caratteristiche delle nazioni, spiegato la loro origine e lo sviluppo dei movimenti nazionali; ha formulato il metodo bolscevico per la soluzione della questione nazionale, sulla base del legame indissolubile con la questione generale della rivoluzione. Lenin riconobbe che si trattava di un grande sviluppo del marxismo, e su questa base fu impostata la politica del potere sovietico sulla questione nazionale.
 
La lotta teorica e politica di Stalin contro il nazionalismo borghese fu una costante della sua vita. Fin dagli anni della sua militanza giovanile nel POSDR egli si trovò alle prese con i menscevichi del Caucaso che subordinavano il socialismo al nazionalismo, spezzando l'unità degli operai delle varie nazioni caucasiche e la loro unità con gli operai russi. La stessa lotta condusse poi contro i socialdemocratici austriaci, polemizzando con l'idea puramente "culturale" di nazione quale "comunità di destino" propugnata da Otto Bauer e contrapponendo ad essa la concezione storico-materialistica della nazione.
 
Stalin difese in modo intransigente la concezione leninista dell'egemonia del proletariato nelle rivoluzioni democratiche del XX secolo nei paesi coloniali e dipendenti, e quindi la tesi dei movimenti nazionali antimperialisti di quei paesi come riserve della rivoluzione proletaria mondiale. E fino alla sua morte Stalin combatté, sul piano interno e internazionale, contro tutte le deviazioni dal marxismo e dal leninismo che subordinavano il socialismo al nazionalismo. Esemplare fu, sotto questo profilo, la sua lotta contro la deviazione titoista in Jugoslavia.
 
Il contributo di Stalin alla questione nazionale non si esaurisce qui, poiché ha sviluppato la teoria marxistaleninista della questione nazionale con riferimento alla società socialista. In precedenza il socialismo era concepito in modo assai generico, come un sistema che conduce all'abolizione delle nazioni. Stalin ha mostrato che il socialismo non porta all'abolizione delle nazioni in generale, ma soltanto all'abolizione delle nazioni borghesi. Ha mostrato che sulle rovine delle vecchie nazioni borghesi sorgono nuove nazioni socialiste che sono più solide e stabili di qualsiasi nazione borghese, poiché libere dalle contraddizioni fra classi antagoniste. Ha lottato contro le forme più pericolose e raffinate del nazionalismo e dello sciovinismo che non tenevano conto delle differenze nazionali, di lingua, di cultura, di modo di vivere, che volevano scalzare il principio di uguaglianza delle nazioni e liquidare le repubbliche sovietiche.
 
Ha inoltre elaborato una tesi molto importante sullo sviluppo della cultura dei popoli dei paesi socialisti, che è nazionale nella forma e socialista nel contenuto. Il contributo di Stalin sulla questione nazionale costituisce dunque un ulteriore sviluppo degli insegnamenti marxisti-leninisti sulla questione nazionale, che è cruciale per la rivoluzione proletaria. L'economia politica moderna è una scienza che ha poco significato senza Stalin. I suoi contributi all'economia politica sono ampi e fondamentali. In primo luogo, ha fornito una definizione classica dell'oggetto dell'economia politica che è applicabile a tutti i modi di produzione. L'oggetto della economia politica era stato definito in modo astratto da Engels nell'Anti-Duhring e da Lenin quando parla di Bogdanov. C'erano due definizioni dell'oggetto dell'economia politica, non applicabili a tutti i modi di produzione. Stalin fu il primo classico del marxismo-leninismo a formulare un'esauriente definizione dell'oggetto dell'economia politica, che, com'è noto, è contenuta nell'opera Problemi Economici del Socialismo nell URSS.
 
Stalin ha formulato la principale legge economica fondamentale del moderno capitalismo, quella della tendenza del capitale al conseguimento del massimo profitto. Lenin nell'Imperialismo, fase suprema del capitalismo aveva mostrato gli alti profitti dei monopoli e i super-profitti, ma non aveva fornito una formulazione della legge del capitalismo monopolistico. Per una adeguata comprensione dello sviluppo del capitalismo, noi abbiamo bisogno di una definizione della legge fondamentale del capitalismo attuale, e questa è stata formulata per la prima volta da Stalin.
 
Stalin ha anche ricavato dalle classiche formulazioni di Marx e di Engels la nota legge economica della necessaria corrispondenza dei rapporti di produzione al carattere delle forze produttive, comune a tutti i modi di produzione. Ciò significa che i rapporti di produzione possono ritardare, ma non per sempre; perché ad un dato punto una rivoluzione sociale deve apparire e creare nuovi rapporti di produzione. Questa è la legge economica dello sviluppo della società.
 
Uno dei più grandi contributi teorici di Stalin sta nel fatto che egli creò l'economia politica del socialismo. Essa non esisteva negli anni '20. C'erano alcune affermazioni di carattere generale e alcune proposizioni astratte su che cosa si doveva basare l'economia politica del socialismo. C'era la definizione dell' economia politica di Bukharin, secondo la quale essa studia solo i modi di produzione pre-socialisti, le economie basate fondamentalmente sul mercato. Così quando le economie di mercato sono essenzialmente superate e cessano di esistere, l'economia politica non esisterebbe più.
 
Stalin ha risolto brillantemente questo problema. Inoltre, ha scoperto le leggi della società socialista ed enunciato la legge economica fondamentale del socialismo, il punto più alto a cui giunge l'economia politica del socialismo, fornendone una definizione scientifica inedita. Proseguiamo, affrontando un tema di grande importanza. Il compagno Stalin ha indicato le caratteristiche e i compiti del sistema della dittatura del proletariato nella sua complessa articolazione (sindacati operai, Soviet, cooperative di produzione e di consumo, organizzazione della gioventù, Partito comunista). Ha concretizzato e sviluppato cosa è la dittatura del proletariato, ed ha scientificamente dimostrato come anche in assenza di classi antagoniste e di uno sfruttamento dell'uomo sull'uomo il proletariato debba mantenere la sua dittatura fino al comunismo.
 
Nella dura lotta intrapresa per la costruzione integrale del socialismo nelle condizioni di accerchiamento capitalistico, era necessario sviluppare la teoria e le funzioni basilari della dittatura del proletariato, allargare la sua base sociale, conservare la funzione dirigente del partito, sviluppare la lotta dall'alto e dal basso. E questo fu compiuto da Stalin. Egli indicò che nelle condizioni del socialismo e della costruzione del comunismo, con la liquidazione delle classi antagoniste, scompaiono alcune funzioni della dittatura del proletariato ma altre rimangono in vigore fino alla costruzione integrale del comunismo, perché in un paese accerchiato dal capitalismo non si può considerare definitiva la vittoria del socialismo.
 
A questo proposito, Stalin ha formulato una nota tesi, quella dell'acutizzazione della lotta di classe dopo la costruzione della base economica del socialismo e la liquidazione delle classi sfruttatrici, fino al comunismo. Questa tesi è stata criticata da più parti, in nome di una teoria opportunista: quella dell'affievolimento della lotta di classe e dell'arrendevolezza del nemico di classe. Una teoria di tipo bukhariniano, che in seguito portò alle tesi revisioniste del superamento della dittatura del proletariato, dello "Stato di tutto il popolo". della "coesistenza pacifica", della "competizione pacifica".
 
Nelle sue opere Stalin ha sviluppato la teoria leninista della rivoluzione socialista, sottolineando che si può vincere la borghesia e costruire compiutamente la società socialista con le forze interne della rivoluzione vittoriosa, ma che tale vittoria non può essere considerata definitiva finché esiste l'accerchiamento capitalistico, e, di conseguenza, il pericolo di aggressione e di restaurazione del capitalismo.
 
Il capo del partito comunista dell'URSS è sempre stato consapevole della possibilità della controrivoluzione e sulla scorta di questo rischio obiettivo ha condotto una battaglia coerente, costellata da difficoltà enormi, considerato anche che la costruzione del socialismo si presentava come un compito nuovo. Questa posizione staliniana è stata pienamente confermata dall'esperienza storica che ha dimostrato che il socialismo, una volta instaurato, non è un fenomeno irreversibile fino a quando la vittoria della rivoluzione proletaria negli altri paesi capitalistici fornisca la completa garanzia contro la restaurazione del vecchio regime. La conseguenza delle tesi di Stalin sulla vittoria definitiva è che la lotta per la costruzione e la vittoria del socialismo non può essere concepita in maniera ristretta, dal punto di vista del solo sviluppo interno, ma va intesa come lotta su scala internazionale fra la borghesia ed il proletariato, per liquidare l'accerchiamento capitalistico ed eliminare il pericolo di aggressioni armate.
 
E' fondamentale comprendere correttamente la questione dell'accerchiamento. Esso non è una semplice condizione esterna, secondaria, ma un aspetto della contraddizione antagonista fra socialismo e capitalismo, della lotta fra due sistemi, fra il vecchio e il nuovo, da risolvere con la politica proletaria rivoluzionaria. Da ciò dipende la vittoria definitiva, da realizzare sulla base dell'unione degli sforzi dei proletari di tutti i paesi e la vittoria della rivoluzione socialista in diversi paesi.
 
Questa contraddizione si riflette nella società socialista, all'interno della quale la lotta di classe si sviluppa con flussi e riflussi, in modo tortuoso, intrecciandosi sul fronte esterno e su quello interno ed esprimendosi nella sua forma più alta, con la lotta politica e ideologica, nelle file stesse del Partito. Questo significa che il fenomeno revisionista non può essere compreso al di fuori del suo rapporto con l'imperialismo. In effetti, il revisionismo è il frutto dell'enorme pressione economica, politica, militare, diplomatica, ideologica, esercitata dall'imperialismo su determinati strati privilegiati, contagiati dal burocratismo e dalla mentalità borghese, oltre che su elementi degenerati che lavoravano per così dire sott'acqua. Strati ed elementi, che purtroppo furono favoriti da diversi fattori. Fra di essi ricordiamo l'arretratezza e l'inesperienza storica, la perdita dei migliori quadri nella seconda guerra mondiale, ma anche da quegli atteggiamenti, da quei limiti, da quelle influenze e da quelle insufficienze nel lavoro, dall'affievolimento della vigilanza rivoluzionaria, dalla mancata applicazione della linea politica e delle direttive, che Stalin ha sempre denunciato e combattuto.
 
E' dunque dal rapporto reciproco tra il fattore esterno, l'imperialismo, e il fattore interno, i residui delle classi sfruttatrici, gli strati privilegiati e burocratizzati e i loro rappresentanti, come il rinnegato Krusciov, che si sviluppò la politica di conciliazione con l'imperialismo e la controrivoluzione. Stalin ha anche indicato che l'economia socialista crea le sue forme (ad es. i colcos), ma che queste possono essere svuotate del loro contenuto di classe e assumere un contenuto non socialista, ad esempio estendendo la sfera della circolazione mercantile e il campo d'azione della legge del valore, invece di restringerli. Tutto dipende dal contenuto che si dà a queste forme, da chi le dirige e verso quali obiettivi sono volte.
 
Questo insegnamento è conforme alla tesi marxista secondo cui la proprietà è una categoria giuridica che rivela, tuttavia, la sua essenza effettiva nel dominio reale dei rapporti di produzione e di distribuzione; per cui ci si deve sempre chiedere: qual è il reale contenuto di classe della proprietà, al di là delle sue forme legali? quale classe trae profitto dalla proprietà? E nel caso della proprietà statale e delle imprese statali, che di per sé non sono socialiste: qual è il carattere di classe dello Stato? Quale classe ha il potere politico?
 
E' proprio attorno al principio della lotta di classe nel socialismo, del mantenimento e del rafforzamento della dittatura del proletariato, che si scatena la lotta teorica e l'opposizione antistalinista. L'esame del dibattito teorico e politico, soprattutto del periodo successivo al secondo conflitto mondiale, evidenzia l'esistenza di due linee. Da un lato, quella di Stalin che pone la lotta di classe al centro dell'edificazione del comunismo. Dall'altra quella che in modo raffinato di fatto la sottovalutava o la negava, ponendo l'accento sul fatto che il socialismo aveva "conseguito la vittoria definitiva sul capitalismo", sull'"unità politica, ideologica e morale della società sovietica", ecc., aprendo così la via a un "socialismo" profondamente differente di quello dell'epoca di Lenin e di Stalin.
 
Il compagno Stalin era perfettamente consapevole del fatto che i rapporti di produzione esercitano una potente azione sullo sviluppo delle forze produttive, accelerandolo o rallentandolo, e fino all'ultimo giorno della sua vita mise in guardia il Partito dal pericolo derivante dal ritardo dello sviluppo dei rapporti di produzione rispetto allo sviluppo delle forze produttive.
 
Contrariamente alle indicazioni di Stalin i revisionisti, i nemici del socialismo, sostenevano che non vi era più la necessità di rivoluzionare i rapporti sociali, di far progredire la rivoluzione, impedendo così la costruzione del comunismo in Unione Sovietica e facendo degenerare il socialismo. Come Stalin aveva ben intuito, i bukhariniani e i krucioviani mentre da un lato formalmente negavano le leggi obiettive dell'economia socialista, dall'altro, davano libero sfogo a quelle leggi e categorie borghesi che il socialismo eredita dal capitalismo e che nel nuovo regime, cambiando il loro carattere, devono gradualmente esaurire la loro funzione e dare via libera alle nuove leggi economiche del socialismo che consentono il passaggio al comunismo.
 
E' da queste concezioni che traggono origine le tesi politiche ed economiche del moderno revisionismo, consacrate dal XX Congresso del PCUS, secondo cui il valore, la legge del valore, la circolazione mercantile, il credito, la moneta, ecc., cambiavano fondamentalmente la loro natura nel socialismo, per cui si sarebbero potute utilizzare liberamente e senza danno per la base economica.
 
Ricordiamo che la restaurazione del capitalismo cominciò subito dopo la morte (molto probabilmente l'assassinio) di Stalin e il rovesciamento della dittatura del proletariato con il ribaltamento della linea imperniata sullo sviluppo prioritario della produzione di mezzi di produzione e sulla graduale abolizione della circolazione mercantile. Si lasciò sempre più spazio all'acquisto e alla vendita libera dei mezzi di produzione e delle merci, si incoraggiò l'interesse individuale e una maggiore indipendenza delle imprese nella pianificazione. Man mano la produzione di beni socialista fu identificata, nella teoria e nella pratica, con la produzione di merci capitalista; la sfera di azione della legge del valore fu ampliata, le leggi e le categorie del capitalismo riemersero.
 
Le precedenti leggi e pratiche dal contenuto socialista furono sostituite con altre che conferirono alla burocrazia statale e di partito, ai direttori delle imprese, alla nuova borghesia, la piena libertà di esprimere e realizzare i loro interessi e aspirazioni borghesi. Le imprese statali nel periodo kruscioviano-brezneviano divennero produttrici di merci completamente autonome, sulla base del principio dell' "autosufficienza". L'accelerazione decisiva giunse nel '65, con le "riforme economiche" di Kosygin, grazie alle quali si affermò il diritto di comprare e vendere tanto i mezzi di produzione quanto la forza-lavoro (come ogni altra merce), si ristabilì il profitto come molla della produzione e si distrusse la pianificazione socialista.
 
In sostanza i revisionisti - dopo aver usurpato il potere politico e messo sotto il loro controllo i gangli vitali dello Stato, sia pur conservando esteriormente le forme socialiste e alcune garanzie sociali per evitare lo scontro frontale col proletariato - sostituirono i rapporti di proprietà e di scambio socialisti con i rapporti di proprietà e di scambio capitalisti, trasformarono l'economia socialista in economia capitalista e favorirono la sua integrazione nel sistema mondiale del capitalismo.
 
La degenerazione revisionista non è stata dunque una semplice "deformazione" del socialismo, o solo un cambiamento nella sovrastruttura politica sancito con la formula dello "Stato di tutto il popolo". E' stata anche, a partire dalla morte di Stalin, la restaurazione del capitalismo, delle sue leggi, dei suoi meccanismi. Un processo graduale che nell'essenziale si completò verso la fine degli anni '60, che comportò profonde e negative conseguenze sull'arena internazionale (conciliazione di classe, sottomissione all'imperialismo, sabotaggio della rivoluzione e della lotta di liberazione dei popoli) e che vide, come ultimo atto, il crollo dell'URSS. Un processo che i partiti marxisti-leninisti hanno denunciato, smascherato e combattuto apertamente per decenni portando sulle loro spalle "il grave peso di dirigere la lotta della classe operaia e dei popoli contro la borghesia, l'imperialismo e il revisionismo" (E. Hoxha).
 
La cosa essenziale da comprendere in questo graduale processo di sovvertimento del socialismo, avvenuto nel periodo di Krusciov, Breznev fino a Grobaciov attraverso le controriforme economiche, fu la trasformazione dei rapporti di produzione, l'introduzione di un sistema di organizzazione e gestione dell'economia che mirava ad assicurare il profitto a tutti i costi.
 
Il rovesciamento della dittatura del proletariato non ha solo disarmato ideologicamente e politicamente la classe operaia sovietica e profondamente alterato il carattere di classe del partito e dello Stato, ma l'ha anche privata della proprietà e del controllo dei mezzi di produzione, smantellando una pietra dopo l'altra, una tappa dopo l'altra, la grande opera di Lenin e di Stalin.
 
Da ciò traiamo una chiara conseguenza: la sconfitta della prima esperienza socialista è il risultato dell'abbandono della via indicata da Stalin, che esprimeva l'egemonia della classe operaia nel partito e nello Stato. La controrivoluzione e la restaurazione del barbaro sistema capitalista furono il frutto della negazione della linea staliniana del rafforzamento della lotta di classe nel socialismo, fino all'abolizione delle classi. Una lotta che determina lo sviluppo storico, fino a quando non sarà risolta definitivamente la questione "chi vincerà?". Una lotta oggettivamente aspra, che va sviluppata sul fronte politico, economico e ideologico contro i nemici interni ed esterni, senza mai separare ed isolare la prima fase di sviluppo della società comunista dalla seconda, bensì portandola avanti in tutti i campi per approdare alla fase superiore.
 
Pertanto, se il proletariato ha subito una sconfitta temporanea - benché dolorosa ed assai profonda - lo deve non al fallimento dell'ideologia proletaria e del socialismo, ma al fallimento dei traditori revisionisti, di quelle correnti "comuniste e socialiste" a parole, ma borghesi e controrivoluzionarie nei fatti, che hanno reso un grande servizio all'imperialismo.
 
Compagni, quelli che abbiamo passato brevemente in rassegna e commentato sono solo alcuni dei grandi contributi teorici di Stalin al marxismo-leninismo, che fanno di lui un classico. Senza cadere in interpretazioni di carattere e apologetico, non possiamo non riconoscere che il compagno Stalin ha sviluppato creativamente la scienza della rivoluzione nella nuova epoca aperta dalla Rivoluzione Socialista d'Ottobre, ha indicato le leggi di questa epoca, ha fornito una risposta alle questioni più complesse poste dalla lotta di classe.
 
Il compagno Stalin, nemico dichiarato del burocratismo, della ripetizione meccanica di formule superate dalle condizioni di sviluppo della società, del divorzio fra la teoria e la pratica, ha arricchito il marxismoleninismo con nuove affermazioni, nuove conclusioni e nuove formule corrispondenti alle nuove esperienze e alle nuove conoscenze, ai compiti storici della lotta di classe nell'Unione Sovietica e nel mondo intero. Il marxismo-leninismo di oggi è più sviluppato di quello che avevamo dopo la morte di Lenin. E' una teoria che non solo fornisce risposte ai compiti ed alle esigenze attuali, ma dimostra anche scientificamente la fattibilità e l'inevitabilità della transizione al comunismo. E questo lo dobbiamo anzitutto a Stalin. Anche se ora siamo in uno stadio storico inferiore, nel quale il socialismo non esiste e l'imperialismo domina il mondo, nondimeno in tale situazione dobbiamo comprendere che il marxismo-leninismo non è solo una teoria dell'oggi; è una teoria del futuro, dal momento che dimostra scientificamente che possiamo costruire il socialismo e il comunismo.
 
Senza riconoscere il contributo teorico, scientifico e rivoluzionario offerto dal compagno Stalin - che spazia dalla filosofia alla politica, dall'economia alla scienza militare, dalla linguistica alla diplomazia - non è possibile essere realmente comunisti, dato che il fine ultimo dei comunisti non è il rovesciamento del capitalismo, ma la costruzione del comunismo. Di conseguenza, senza basarsi sulla sua straordinaria opera teorico-pratica non c'è possibilità di formare un vero partito comunista, in grado di dirigere la lotta per la nuova e superiore società.
 
III
 
Un aspetto fondamentale del nostro convegno è la questione dell'attualità del pensiero e dell'opera rivoluzionaria del compagno Stalin. Per capire in cosa consista dobbiamo anzitutto riferirci agli avvenimenti, ai dati essenziali e reali del momento storico che stiamo vivendo. Come vediamo, il mondo capitalista dal 2007 è scosso da una gigantesca crisi di sovraccumulazione di capitale, che implica sovrapproduzione di mezzi di produzione e di merci, generata dalle leggi fondamentali del capitalismo. La crisi non è il frutto delle "aberrazioni del neoliberismo" o degli "squilibri globali"; è l'espressione dell'insanabile contraddizione tra la proprietà privata capitalistica dei mezzi di produzione e il carattere sociale delle forze produttive. Come scriveva Stalin "questo stesso disaccordo è la base economica della rivoluzione sociale, destinata a distruggere i rapporti attuali di produzione e a crearne di nuovi, conformi al carattere delle forze produttive".
 
Le conseguenze della crisi sono sotto i nostri occhi: distruzione di capitale, fallimenti a catena, licenziamenti, disoccupazione di massa, riduzione dei salari, liquidazione dei diritti conquistati dalla classe operaia, impoverimento di vasti strati della popolazione. Le inguaribili malattie del capitalismo peggiorano. Il salvataggio delle banche e dei monopoli con enormi fondi statali (cioè con enormi quantità di valore prodotto dal lavoro di cui si appropria la borghesia) ha evitato per ora il collasso. Ma non ha risolto la crisi, l'ha solo prolungata, determinando l'aumento dei cosiddetti debiti sovrani e l'imposizione di brutali misure di austerità, che colpiscono le masse lavoratrici e restringono il mercato intero.
 
A sei anni dallo scoppio della crisi siamo nel mezzo di una nuova recessione e non vi è alcun dato che indichi una nuova ascesa della produzione. Invece di risolversi, la crisi si estende colpendo anche le cosiddette potenze capitalistiche "emergenti", mentre aumentano le differenze e gli squilibri fra i vari paesi. Sono possibili nuovi crack finanziari e fiscali, un nuovo collasso dell'economia globale. Se fino a ieri si discuteva di una prospettiva di miglioramento della situazione, oggi si discute per sapere se il capitalismo - un sistema dominato da una gigantesca macchina parassitaria - può uscire dalla sua crisi o se non esiste una via di uscita nel suo ambito.
 
Come si spiega la straordinaria durata di questa crisi, il suo corso lungo e tortuoso? L'analisi compiuta dal compagno Stalin sulla crisi del '29 ci offre un'importante chiave di lettura. Questo carattere deriva non solo dal fatto che la crisi ciclica ha colpito tutte le sfere dell'economia (industria, agricoltura, finanza, credito, commercio, debiti, etc.) dei principali paesi imperialisti e capitalisti, ma anche dal fatto che essa si sviluppa sul terreno dell'aggravamento della crisi generale del sistema capitalistico mondiale, che colpisce tutti gli aspetti dell'attuale modo di produzione: economia, politica, ideologia, cultura, morale, ambiente, ecc.). In altre parole: crisi ciclica e crisi generale si intrecciano, reagiscono l'una sull'altra, si fondono assieme, dando come risultato un profondo sconvolgimento del mondo capitalista.
 
Il periodo di instabilità economica e politica può durare a lungo. Non vi è più una locomotiva economica e un'effettiva leadership del sistema capitalista. La strategia neoliberista, che ha garantito per decenni una certa ripresa dei profitti sulle spalle della classe operaia, ha raggiunto i suoi limiti storici. La stimolazione keynesiana della domanda non può risolvere la crisi, data la sua natura. L'imperialismo Usa è in declino irreversibile: il suo saggio di profitto non è più tornato ai livelli del dopoguerra, il deficit federale è cresciuto a livelli astronomici, ed è inevitabile lo scoppio della bolla del dollaro. L'egemonia nordamericana è minata alla radice. La Cina, la Russia, la Germania e altri paesi imperialisti e capitalisti sopportano sempre meno il dominio statunitense, vogliono sottrarsi alla schiavitù a stelle e strisce, infrangere il dominio del dollaro, affermare i loro interessi e assicurarsi il massimo profitto. La lotta dei briganti imperialisti per i mercati di sbocco e le materie prime, le vie di trasporto delle merci e le zone strategiche, il desiderio di scaricare sui propri concorrenti le conseguenze della crisi, fanno sì che i rapporti fra i predoni imperialisti si inaspriscano continuamente.
 
"L'inevitabilità delle guerre fra i paesi capitalistici continua a sussistere" ci ricorda il compagno Stalin. Vi è infatti il pericolo di un conflitto per la ripartizione del mondo in conformità ai nuovi rapporti di forza. Le aggressioni militari e le minacce di intervento diretto o indiretto in Africa (Libia, Mali, Congo), nel Medio Oriente (Palestina, Siria, Iran), in Asia (Afganistan, Pakistan, Corea del Nord) sono manifestazioni di questa lotta, così come della preparazione alla guerra come elemento fondamentale della politica estera. Non dobbiamo inoltre dimenticare che questi processi si svolgono in uno scenario ambientale caratterizzato dall'avanzamento della crisi ecologica globale, che allacciandosi con quella economica, sta portando il pianeta al collasso.
 
La borghesia deve oggi fronteggiare una situazione più difficile con meno risorse economiche e minore legittimazione politica. Le istituzioni borghesi e i loro organismi internazionali sono costretti a gettare la maschera democratica, agendo a colpi di diktat e aumentando la repressione contro la classe operaia e i movimenti popolari. I principali pilastri politici del sistema borghese, il liberismo e la socialdemocrazia, assieme ai loro corrotti rappresentanti politici e alla burocrazia sindacale, sono ampiamente screditati. E' possibile in queste condizioni una riedizione del "New Deal", un nuovo compromesso sociale? Noi pensiamo che si sono esaurite le condizioni del patto fra borghesia e socialdemocrazia che ha caratterizzato la dinamica della lotta di classe nei paesi imperialisti negli ultimi 60 anni. Un patto - basato sullo sfruttamento della classe operaia, il supersfruttamento dei popoli oppressi e dell'ambiente - che ha garantito alcune limitate riforme sociali in cambio della rinuncia alla lotta per il potere.
 
La borghesia non può ripristinare le condizioni di crescita e di profittabilità precedenti alla crisi; non può sfruttare a basso costo le risorse naturali; non può tentare di ampliare il mercato e di promuovere i livelli occupazionali con politiche che hanno già dimostrato la loro inefficacia; non può ridistribuire una parte dei sovraprofitti che si assottigliano sempre più. Non è in condizioni di fare concessioni tali da garantire le conquiste e i diritti della classe operaia occidentale e orientale. Non ha le risorse finanziarie per mantenere un vasto ceto medio e cooptare al tempo stesso le masse sterminate dei popoli oppressi. E non c'è più nemmeno uno "spazio ecologico" per espandere ulteriormente l'economia capitalista.
 
L'«età dell'oro» è definitivamente finita per la classe dominante che deve smantellare il precedente patto sociale senza poterne ricostruire uno nuovo. Infatti il suo programma è un attacco frontale al proletariato e ai popoli, che porta avanti con l'appoggio attivo dei riformisti, degli opportunisti e dei rinnegati del comunismo.
 
Quando si verificarono i tragici avvenimenti che portarono al collasso degli ex paesi socialisti dell'Est europeo e dell'Unione Sovietica, i portavoce dell'imperialismo e della reazione cantarono vittoria, e intonarono il "requiem" del comunismo, dichiararono che la rivoluzione era una cosa del passato, che l'umanità era arrivata alla "fine della storia", che il capitalismo era un ordine sociale eterno. Non abbiamo dovuto aspettare molto tempo affinché la dinamica stessa del sistema borghese si incaricasse di seppellire questa menzogna.
 
Negli ultimi decenni le crisi si sono succedute senza soste e una dopo l'altra sono cadute molte illusioni sulla possibilità di uno sviluppo illimitato e pacifico nel quadro del sistema borghese, e sulle caratteristiche della democrazia borghese, ipocrita e ristretta. Il barbaro sistema capitalista non è più visto come un'opzione storica insostituibile da grandi masse di lavoratori che sono alla ricerca di un'alternativa. Anche il mito dell'Unione Europea è caduto miseramente e questa istituzione imperialista viene sempre più vista e denunciata per quello che è: uno strumento del capitale monopolistico finanziario per aumentare i profitti e colpire i lavoratori e i popoli.
 
Allo stesso tempo, i riformisti, i vecchi partiti del cretinismo parlamentare sono apertamente contestati e abbandonati dagli operai, dai giovani, che si rifiutano di pagare la crisi e i debiti del sistema capitalistico. Rinasce nelle lotte lo spirito combattivo e si sollevano di nuovo le bandiere del comunismo in molti paesi del mondo. Il prolungamento della crisi capitalistica mondiale, le politiche di austerità e di guerra imposte dall'oligarchia finanziaria e le loro drammatiche conseguenze, costituiscono la base oggettiva dell'inasprimento dello scontro fra proletariato e borghesia.
 
Il malcontento e le proteste si levano in molte parti del mondo contro l'offensiva capitalistica, contro l'insostenibilità delle condizioni di vita, contro le enormi disparità economiche, la corruzione dilagante, la rapina delle risorse naturali. In molti paesi si susseguono gli scioperi operai e le rivolte giovanili e popolari, originate da condizioni di sfruttamento crescente, di spoliazione ed oppressione. Nelle lotte cresce l'aspirazione a una trasformazione radicale della società, matura l'idea della rivoluzione. Viviamo in un periodo di generale risveglio della classe operaia e dei popoli, di ripresa della lotta di classe delle masse oppresse e sfruttate dall'Europa al Sudamerica, dall'Africa all'Asia. Il mondo capitalista, nelle sue periferie come nelle sue metropoli, è e sarà sempre più il terreno di battaglia fra borghesia e proletariato.
 
Oggi siamo ancora in una fase difensiva, di crescente resistenza, ma è solo questione di tempo perché si affermi una più forte e combattiva organizzazione delle forze proletarie, per nuovi assalti al cielo. Noi siamo ottimisti sull'esito dello scontro di classe. Le condizioni per la lotta rivoluzionaria degli sfruttati e degli oppressi sono più favorevoli rispetto a ieri. Lo sviluppo globale del capitalismo ha preparato alla classe operaia condizioni materiali e sociali migliori per l'organizzazione della lotta rivoluzionaria per il potere.
 
In primo luogo, il capitalismo ha creato in gran numero i suoi affossatori. Gran parte della forza lavoro mondiale è stata proletarizzato e semi-proletarizzata. Con lo sviluppo dell'industria in Asia e in altri continenti, sono mutati i rapporti fra le classi e si avvicinano quelle condizioni storico-mondiali che porteranno alla vittoria del proletariato internazionale e alla sconfitta della borghesia. Si tratta di un proletariato diverso da quello di ieri. Non solo numericamente più forte, ma anche più istruito e politicamente attento, con grandi capacità tecniche e potenzialità organizzative. E' concentrato nelle metropoli e la sua coalizione è favorita, come Marx ed Engels avevano previsto 165 anni fa nel Manifesto, dallo sviluppo dei moderni mezzi di comunicazione che collegano fra di loro gli operai di tutti paesi.
 
A fianco della classe più rivoluzionaria della società è emersa la più numerosa giovane generazione della storia del genere umano. Metà della popolazione della terra ha meno di 25 anni. Miliardi di giovani nutrono l'aspirazione ad un futuro migliore, che il capitalismo non può garantire, ed hanno enormi potenzialità, pronte ad esplodere.
 
Il mondo si trova in una fase in cui la lotta fra le classi si intensifica e si inasprisce e notevoli settori della classe operaia, dei popoli e della gioventù cercano delle alternative di rottura con questo sistema morente. Per dirla con le parole di Stalin "il capitalismo è gravido di una rivoluzione, chiamata a sostituire l'attuale proprietà capitalistica dei mezzi di produzione con la proprietà socialista."
 
Gli importanti avvenimenti sociali e politici che sono sotto i nostri occhi dimostrano che l'emancipazione della classe operaia e dei popoli si possono raggiungere solo con la rivoluzione proletaria e il socialismo. E' attualissima l'indicazione staliniana secondo cui "Oggi si deve parlare dell'esistenza delle condizioni oggettive per la rivoluzione in tutto il sistema dell'economia imperialista mondiale considerato come un unico assieme in quanto sistema complessivo è già maturo per la rivoluzione".
 
E ancora una volta siamo con Stalin quando ci ricorda che per trattare la questione delle premesse della rivoluzione proletaria non bisogna partire dall'esame della situazione di questo o quel paese singolo, ma "dall'esame della situazione economica di tutti o della maggior parte dei paesi, dall'esame dello stato dell'economia mondiale".
 
In questo contesto a noi comunisti spetta dare una risposta ideologica, politica ed organizzativa all'altezza della sfida, inserirci più a fondo nel vivo della lotta della classe per rafforzare e amplificare con l'iniziativa e il coraggio comunista la resistenza e le mobilitazioni operaie e popolari, indicando il cammino sicuro della rivoluzione socialista.
 
Per procedere su questa via e sviluppare coscientemente la lotta di classe del proletariato dobbiamo imparare dall'esperienza teorico-pratica del movimento comunista. Di fronte al fallimento di tutte le ricette borghesi e riformiste, appare sempre più evidente che solo il marxismo-leninismo è in grado di mostrare la via d'uscita dagli orrori del capitalismo. Soltanto il marxismo-leninismo può portare il proletariato e i popoli oppressi alla definitiva emancipazione.
 
La difesa integrale del pensiero e dell'opera di Stalin, che significa la difesa del marxismo-leninismo, del socialismo scientifico in quanto espressione teorica e scientifica degli interessi del proletariato, è dunque un compito imprescindibile.
 
Il pensiero e l'opera di Stalin a 60 anni dalla sua scomparsa vanno ancora a beneficio degli sfruttati e degli oppressi. Ciò non solo per il fatto che le conquiste strappate negli scorsi decenni dalla classe operaia dei paesi capitalisti furono anche il riflesso delle realizzazioni compiute dal proletariato sovietico e della sua potente influenza internazionale, di cui ancora oggi non si sono perduti tutti gli effetti positivi, ma soprattutto perché, basandoci sugli insegnamenti che ci ha lasciato il compagno Stalin, potremo avanzare ancora meglio in futuro.
 
Stalin è attuale perché assieme a Marx, Engels e Lenin, impersona e rappresenta il mondo nuovo per il quale hanno lottato e continueranno a lottare miliardi di donne e di uomini. Un mondo che si è appena affacciato sulla scena della storia ma che ineluttabilmente trionferà sul vecchio, perché il socialismo e il comunismo sono una necessità storica ineludibile per lo sviluppo della società umana. Stalin è nostro contemporaneo perché l'unica via di uscita dalla barbarie imperialista è la rivoluzione proletaria, la dittatura del proletariato e l'edificazione integrale del socialismo. Stalin illumina il nostro cammino perché la civiltà contenuta nella costruzione del socialismo, nelle misure e nelle leggi del paese dei Soviet dimostra che il sistema socialista è avanti anni luce rispetto alle più moderne "democrazie" borghesi.
 
Stalin è all'ordine del giorno, perché ha dimostrato che nelle situazioni più difficili, solo un atteggiamento intransigente nei confronti del nemico di classe, solo una politica basata sui principi, solo la lotta tenace, prolungata e risoluta contro tutte le deviazioni e tendenze opportuniste e revisioniste, contro le correnti borghesi e piccolo-borghesi è la condizione per la vittoria del proletariato.
 
Stalin è indispensabile per l'oggi, perché lo studio delle sue opere è fondamentale per dissipare la nebbia ideologica che la borghesia capitalista e quella revisionista hanno fatto penetrare nelle menti, specie dei più giovani, allo scopo dì offuscare le idee rivoluzionarie e affievolire lo slancio rivoluzionario.
 
Stalin è di straordinaria vigenza, perché mentre sono in corso nel mondo vasti movimenti popolari di lotta per l'indipendenza nazionale, mentre altre aree sotto il dominio dell'imperialismo sono sconvolte da violenti contrasti etnici, sanguinose guerre tribali, feroci odii nazionalistici, è di enorme importanza il suo contributo teorico e pratico sulla questione nazionale nel suo legame indissolubile con la prospettiva rivoluzionaria.
 
Stalin è modernissimo perché di fronte alle tesi che mirano a trasformare il capitalismo nell'ambito del capitalismo stesso o a immettere elementi di "socialismo piccolo borghese" dentro il sistema attuale (senza rivoluzione, senza demolizione dei rapporti di produzione capitalistici); di fronte alle posizioni che sostengono la pacifica integrazione fra il capitalismo e il socialismo, che negano il principio della transizione diretta alla dittatura del proletariato per l'edificazione del socialismo nei paesi imperialisti, che appoggiano il "socialismo di mercato", il suo pensiero e la sua opera costituiscono il punto di riferimento più sicuro per rigettare queste deviazioni revisioniste e socialdemocratiche, per definire un programma politico rivoluzionario, per conquistare un'alternativa sicura al capitalismo. Una società in cui lo sfruttamento sia soppresso, i mezzi di produzione e di scambio siano socializzati, la produzione e la distribuzione pianificate, il consumo gestito socialmente, e il potere politico sia saldamente nelle mani della classe operaia, fino alla soppressione di tutte le classi e la società senza classi.
 
Infine, Stalin è vivo e presente perché i suoi insegnamenti sono imprescindibili per il compito fondamentale dell'oggi: il superamento delle divisioni e delle debolezze politiche ed ideologiche dei comunisti, il rafforzamento dell'unità combattiva delle nostre file e la realizzazione della fusione del socialismo scientifico col movimento operaio.
 
Tale necessità non deriva da ubbie filosofiche ma - come scriveva il compagno Stalin - dall'aprirsi di un nuovo periodo che "pone di fronte al proletariato compiti nuovi: la riorganizzazione di tutto il lavoro del partito su una nuova base, su una base rivoluzionaria, l'educazione degli operai nello spirito della lotta rivoluzionaria per il potere, la preparazione e la mobilitazione delle riserve, l'alleanza coi proletari dei paesi vicini, la creazione di saldi legami con il movimento di liberazione delle colonie e dei paesi dipendenti, ecc. ecc.."
 
Questa è l'indicazione di Stalin che oggi dobbiamo seguire, rompendo apertamente e definitivamente con l'opportunismo e i vecchi partiti socialdemocratici, intensificando la lotta contro le tendenze di destra e quelle conciliatrici, per unirci e organizzarci sui principi del marxismo-leninismo e dell'internazionalismo proletario.
 
Per affrontare questi compiti nuovi riteniamo sia oggi necessario dar vita nel nostro paese a un movimento marxista-leninista, completamente autonomo dalle forze opportuniste e revisioniste, con un suo centro direttivo che discuta la situazione del movimento comunista ed operaio, che definisca il cammino per formare il Partito comunista e dare così una guida rivoluzionaria forte ed autorevole al proletariato del nostro paese. Un movimento che lanci il suo manifesto al proletariato enunciando con chiarezza il suo scopo, per sconfiggere la frammentazione esistente e risvegliare il protagonismo di tanti compagni. All'interno di questo processo avrà un'importanza di prim'ordine l'elaborazione di un progetto di programma politico rivoluzionario.
 
In questa battaglia politica ed ideologica, volta ad innescare un processo di organizzazione e unificazione dei comunisti e il loro radicamento e sviluppo in seno alla classe operaia, la nostra cartina di tornasole sarà l'atteggiamento che le varie forze assumeranno nei confronti di Marx, Engels, Lenin e Stalin, della ricca e preziosa esperienza di costruzione del socialismo nel XX secolo, della lotta senza quartiere al revisionismo vecchio e nuovo, mettendo a confronto le parole con i fatti, verificando la teoria e l'analisi nella pratica vivente.
 
Compagne e compagni, gli insegnamenti di Stalin, l'esperienza storica dell'Ottobre, dell'instaurazione del potere sovietico, della costruzione del socialismo, costituiscono un patrimonio di esperienze del quale dobbiamo far tesoro, per organizzare e dirigere la lotta contro il capitalismo e l'imperialismo, per il socialismo e il comunismo. Perciò diciamo che Stalin non è il passato, ma è il presente e il futuro.
 
Viva la classe operaia!
Viva il marxismo-leninismo!
Viva l'internazionalismo proletario!
Viva il compagno Stalin, grande combattente e maestro del proletariato, bandiera vittoriosa dei comunisti di tutto il mondo
 

Contributo del Centro Culturale e le Edizioni "La Città del Sole" | lacittadelsole.net
 
Sergio Manes
 
17/03/2013
 
Compagni,
questo convegno ha visto tutti i promotori concordi sull'obiettivo non di realizzare una polemica e sterile celebrazione di Stalin, ma di recuperarne, valorizzarne e riproporne dialetticamente nella contemporaneità esperienze, elaborazioni e intuizioni che possono essere preziose per aiutarci a trasformare oggi lo stato di cose presente.
 
Ripartire da Stalin è possibile ed è necessario, non solo perché è l'avversario stesso che ne ha fatto il discrimine di classe, ma perché è, obbiettivamente, il punto più alto dell'esperienza sovietica. È il nodo ineludibile che è stato rimosso e demonizzato e che è nostro compito oggi - dopo averlo generosamente e tenacemente difeso in questi anni - porlo al centro della nostra riflessione approfondita per comprenderne, sì, anche gli inevitabili errori e limiti ma, soprattutto, per coglierne gli sviluppi creativi e gli insegnamenti che ci possono orientare oggi in una fase ancora più avanzata dello scontro di classe. È di lì che occorre riprendere il cammino bruscamente interrotto dalla cesura del fatale 1956 che avviò la deriva revisionista fino al progressivo allontanamento dal pensiero critico marxista, allo smarrimento culturale e politico, al lento distacco dalle classi sfruttate e dai popoli oppressi, alla dissoluzione dell'URSS, alla disgregazione di tanti partiti comunisti e alle innumerevoli deviazioni pragmatiche e opportuniste.
 
* * *
 
Approfondire e valorizzare il ruolo del compagno Stalin all'interno dell'esperienza sovietica vuol dire, ad un tempo, approfondire e valorizzare il ruolo del gruppo dirigente bolscevico e anche l'eroismo dei popoli dell'URSS che rese possibile quell'epopea.
 
A noi sembra che la nostra riflessione debba essere fatta ora soprattutto alla luce di alcuni concetti basilari del nostro pensiero critico che più focalizzano le particolarità e le conquiste di quella straordinaria esperienza.
 
Il primo elemento fondante della concezione dialettica e materialistica della storia di Marx che suggeriamo come chiave di lettura è quello secondo cui i rapporti di produzione che regolano le relazioni tra le classi dipendono necessariamente dal livello di sviluppo delle forze produttive: perché questi rapporti di produzione cambino è necessario che ci sia un tale sviluppo delle forze produttive preesistenti da non potere più essere "contenuto" e regolamentato dai rapporti esistenti che, anzi, finiscono per costituire un impedimento a questo sviluppo e, dunque, debbono essere cambiati.
 
Attenzione, però: si tratta non di uno sviluppo meramente quantitativo, bensì qualitativo dei mezzi di produzione. Non è stato l'estendersi del modo di produzione fondato sulla schiavitù né il crescere smisurato del numero degli schiavi addetti che ha reso inadeguati i rapporti di produzione che regolavano quella società ad imporne meccanicisticamente il superamento e il passaggio ai rapporti di produzione di tipo feudale. Allo stesso modo non è stata semplicisticamente la generalizzazione della servitù della gleba a mettere in crisi i rapporti di produzione basati sul privilegio delle classi feudali e determinare le condizioni favorevoli alla loro sostituzione con i rapporti di produzione funzionali alla borghesia. La storia è fenomeno complesso e dialettico per antonomasia e, dunque, non può essere compreso e spiegato all'interno di nessuno schema rigido. In ultima analisi, dunque, non è soltanto la accresciuta quantità di forze produttive ad imporre il cambiamento dei rapporti di produzione, ma, piuttosto, in via principale la loro crescita qualitativa, vale a dire le nuove conoscenze che l'uomo strappa alla natura e applica al processo produttivo.
 
Altro elemento essenziale della concezione dialettica e materialistica della storia di Marx che ci sembra centrale nell'esaminare l'esperienza sovietica è che il cammino dell'umanità è regolato da precise leggi che, tuttavia, sviluppano i propri effetti in un arco di tempo molto lungo e, nel breve periodo, operano in termini dialettici, sulla base delle condizioni concrete, in modo contraddittorio, non lineare, con pause e ripiegamenti, con improvvise accelerazioni e salti di qualità, mai in modo gradualistico. Per dirla con lo stesso Marx, sembra talvolta che il concreto sviluppo del processo storico si faccia beffe delle sue stesse leggi e dei suoi protagonisti per poi mostrare all'improvviso - su un più lungo periodo e fuori dalle contingenze e dalle soggettività - la propria coerenza e la raggiungibilità di obbiettivi intanto giunti a maturazione. Questa caratteristica della concezione dialettica e materialistica della storia fu magistralmente spiegata da Lenin con la famosissima "teoria dell'anello debole" che non è certo elaborazione che può essere avvilita a mera giustificazione della rivoluzione proletaria in un paese industrialmente arretrato nell'epoca dell'imperialismo.
 
Infine c'è un terzo elemento essenziale della concezione della storia in Marx che ha avuto un grande peso nell'esperienza sovietica ed è il rapporto dialettico tra la struttura economica - la base materiale su cui poggiano tutti i rapporti di una determinata società - e la sovrastruttura - politica, giuridica, culturale, etc. - che da essa promana, che non è inerte, ma che influenza e può produrre effetti perfino determinanti sulla realtà strutturale.
 
Noi pensiamo che riflettere approfonditamente sull'esperienza sovietica e sul ruolo di Stalin sulla base di queste tre linee guida possa essere di grande benefiio per tutto il movimento comunista contemporaneo.
 
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Tutti ammettono - seppure, talvolta, a denti stretti - che l'esperienza dell'URSS è stata straordinaria per i grandiosi risultati che riuscì a perseguire, che cambiarono il corso della storia e la faccia del mondo e i cui effetti - nonostante tutto - ancora durano nella nostra epoca. Perfino storici avversari del comunismo e dell'Unione Sovietica sono stati costretti a riconoscerlo. Quei successi costituiscono un patrimonio di concrete realizzazioni e di elaborazioni che sono, a tutt'oggi, una base irrinunciabile della possibile ripresa rivoluzionaria e sono gravidi di insegnamenti preziosi che ancora attendono di essere pienamente compresi.
 
Ma l'aspetto più straordinario - perfino stupefacente - dell'esperienza nata con l'Ottobre sta nel fatto incontrovertibile che essa fu realizzata, per un verso, nella quasi completa assenza di condizioni oggettive favorevoli - e, anzi, in circostanze addirittura ostili - a un salto di qualità di quella portata; e, per altro verso, senza alcun orientamento o esperienza pregressa che potesse essere un punto di riferimento, con soltanto gli orientamenti generali che la teoria marxista metteva a disposizione. Non a caso gli esponenti più fragili o più opportunisti del movimento comunista russo e internazionale si mostrarono scettici o, addirittura, ostili alla presa del potere e, poi, alla prosecuzione della rivoluzione nella transizione verso il socialismo.
 
La grandezza del gruppo dirigente bolscevico, di Lenin e poi di Stalin fu proprio in questa straordinaria capacità di comprendere e di cogliere l'opportunità che la storia offriva e di affrontare con coraggio e razionalità scientifica le difficoltà oggettive esistenti e quelle - ignote - di un percorso mai esplorato. E la grandiosità dell'esperienza sovietica sta nell'epopea di coraggio e di sacrificio con cui i popoli dell'URSS seppero dare concretezza e prospettiva storica alla loro dedizione e fiducia ad un orizzonte di solidarietà e di giustizia universali.
 
Su questo percorso difficilissimo - su cui continuamente si addensavano sempre nuove e apparentemente insormontabili sfide - l'URSS riuscì ad avanzare con risultati che stupirono il mondo e di fronte ai quali, ancora oggi, appaiono inadeguati i successi delle moderne economie emergenti o rampanti.
 
È essenziale sottolineare che Stalin viene a mancare nel momento in cui l'URSS è giunta al punto più alto di questo stupefacente sviluppo in tutti i campi e che le hanno guadagnato ammirazione e rispetto. È diventato addirittura il secondo Paese più industrializzato del mondo e, in alcuni ambiti -decisivi e trainanti - è addirittura il primo al mondo, riuscendo a sopravanzare tutti gli altri, come nel campo della ricerca scientifica e delle sue applicazioni tecnologiche.
 
È una situazione delicatissima. Di nuovo l'URSS e il PCUS si trovano a dover affrontare - da soli e per la prima volta - la sfida di problemi enormi ed epocali, debbono scoprire, esplorare e realizzare percorsi nuovi nella storia dell'umanità. Un problema che negli anni successivi si sarebbe presentato a tutti i comunisti del mondo e che, intanto, i sovietici debbono affrontare lì e subito, ma senza la storica guida che ha reso possibile quei successi. Come portare nel modo di produzione e di distribuzione della ricchezza le nuove conoscenze acquisite, come realizzare concretamente anche quello sviluppo qualitativo delle forze produttive che avrebbe permesso e reso necessario il cambiamento compiuto dei rapporti di produzione. Era questo il compito che si poneva e che avrebbe consentito - come per le conquiste già realizzate dal potere proletario - di tracimare oltre i confini dell'URSS, a beneficio dell'intera umanità.
 
Manca, ovviamente, il riscontro, ma la possibilità che il PCUS avrebbe trovato al suo interno le risorse per affrontare e vincere anche questa nuova difficilissima sfida venne vanificata: al XX° Congresso del PCUS prevalsero la codardia e l'opportunismo di chi ebbe paura di questo nuovo cimento. Kruschev, a partire dal famigerato "rapporto segreto" non recise soltanto le linee dell'ulteriore sviluppo rivoluzionario dell'URSS e dell'intera società umana, ma avviò l'Unione Sovietica al progressivo decadimento e all'involuzione spalancando le porte all'egemonia economica, politica e culturale dell'imperialismo. Venuto a mancare l'apporto positivo della sovrastruttura politica, istituzionale, sociale e culturale al nuovo potenziale della struttura economica sovietica, le conquiste raggiunte appassirono, furono gettate le premesse del declino che avrebbe portato alla sconfitta dell' '89-'91.
 
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Intendiamoci compagni: dobbiamo impegnarci a fondo per una più approfondita conoscenza dell'esperienza sovietica, ma dev'essere altrettanto chiaro che l'infame demonizzazione che è stata fatta della figura e dell'opera del compagno Stalin, la denigrazione sistematica che, attraverso Stalin, è stata fatta - soprattutto tra i giovani - dell'esperienza e degli ideali del comunismo impongono un'iniziativa ancora più incisiva di smascheramento, di chiarificazione, di ripristino della verità storica che il revisionismo - politico e storiografico - a partire da Kruschev ha capillarmente e scientificamente realizzato. Ed è una lotta che non possiamo combattere pensando che sia sufficiente contrapporre frontalmente e duramente la nostra verità alle menzogne dell'avversario. Il rapporto di forze sfavorevole e l'esperienza di questi anni ci dicono che non è sufficiente. Dobbiamo poter smascherare, dimostrare, convincere, argomentare. Dobbiamo poter dimostrare quanto l'opera di Stalin e del Paese dei soviet sia preziosa nell'attuale scontro di classe oggi. E questo vuol dire attrezzarsi, unire le forze, lavorare insieme.
 
Ma - ancora - non sono questi gli unici compiti che abbiamo di fronte.
 
C'è un'altra battaglia fondamentale che dobbiamo continuare e riprendere con rinnovato vigore, un impegno non meno importante, perché - ed è ormai una verità storica dolente - non si può validamente combattere il capitalismo senza combattere ad un tempo il revisionismo che continuamente si riproduce, e talvolta riemerge anche in mezzo a noi come riflesso delle influenze della condizione e della cultura borghesi e piccolo borghesi a cui i comunisti non sono immuni e da cui debbono sempre guardarsi. Ma, anche in questo caso, non lo si può fare urlando il nostro legittimo disprezzo, in ordine sparso, giocando di rimessa, magari lanciando anatemi in nome di una purezza e di un'ortodossia dottrinaria che sono - di per sé - la negazione del materialismo dialettico e storico e che non muterebbero - come non hanno mutato - di una spanna la situazione.
 
Il revisionismo è infinitamente più insidioso dell'attacco frontale del nemico dichiarato, sia quando è ormai conclamato e scopertamente insediato nelle organizzazioni, negli organismi e nella classe lavoratrice e continua a seminare veleno e a carpire consensi, sia quando - ancora ben mascherato - si annida in mezzo a noi e opera in modo subdolo, insinuante. Ancor più dobbiamo, nel primo caso, incalzarlo in modo argomentato e, nel secondo caso, avere la pazienza e la capacità prima di tutto di riconoscerlo, di stanarlo e, poi, di smascherarlo pazientemente, scientificamente. Anche questa è una lezione che ci viene dai grandi marxisti della storia, da Marx a Engels, da Lenin a Stalin.
 
Non possiamo che essere d'accordo nell'evitare le insidie dell'ortodossia e dello schematismo; siamo per l'utilizzo dialettico degli insegnamenti che ci vengono dalla teoria e dall'esperienza storica, ma questo utilizzo delle categorie e del metodo marxisti deve essere realizzato nel più assoluto rigore. Non ci piacciono perciò le "riletture" di Marx e di Lenin che, per altro, muovono dalla arbitraria negazione di alcune categorie essenziali del pensiero marxista adducendo apoditticamente una loro "inconsistenza" o - addirittura - "inesistenza". Come non ci piace il modo altrettanto immotivato con cui si cede terreno all'avversario sostenendo che l'esperienza sovietica sarebbe stata "contrassegnata da errori ed orrori" o che si sarebbe sviluppata in un permanente stato di necessità o di eccezione: non si tratta soltanto di una forma di giustificazionismo (che a parole viene negato), ma c'è soprattutto la rinunzia all'uso dei concetti fondanti della concezione dialettica e materialistica della storia e c'è l'opportunistica accettazione delle categorie interpretative dell'avversario e consente, su questa china, di scivolare fuori dall'ambito storico e politico sul terreno ambiguo e inconsistente del moralismo e dell'idealismo.
 
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Compagni,
per oltre mezzo secolo i più vecchi tra noi hanno tenacemente e ininterrottamente lottato contro i nemici palesi e più o meno occulti del comunismo. Nel corso di questi decenni compagni più giovani hanno preso il posto di quelli che ci lasciavano. È stata una lotta impari che, tuttavia, andava combattuta e che la drammatica realtà dei nostri giorni ci dice quanto essa sia ancora giusta e necessaria se vogliamo restituire speranza e orizzonte ai giovani del nostro tempo, oggi smarriti e alla ricerca di un orientamento non effimero. E questo vuol dire - di nuovo - attrezzarsi, unire le forze, lavorare insieme sforzandosi di superare i nostri limiti di unilateralità e di autoreferenzialità. Un compito di straordinaria difficoltà. Nondimeno è quello che dobbiamo fare.
 
Il Centro Culturale e le Edizioni "La Città del Sole" mettono a disposizione i propri strumenti di lavoro per questo impegno comune a cui dovremo dedicare già da domani tutte le nostre energie.
 

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