Ucraina: Ai piedi della NATO?
di Marcello Graziosi
Putin, la NATO e l’Ucraina
La lunga fase precedente le elezioni presidenziali
Tutto è rimandato al ballottaggio
Chi ha organizzato “gli arancioni” di Kiev?
La posta in palio e la funzione dei comunisti
In queste ultime settimane il mondo pare di colpo aver riscoperto
l’Ucraina, antica culla della Rus’, paese che in Italia conosciamo solamente
come esportatore di colf e terra natale di Shevchenko.
L’obiettivo di queste note, stese mentre gli avvenimenti si susseguono senza
soluzione di continuità, e, di conseguenza, bisognose di ulteriori
approfondimenti in una fase successiva, è quello di ragionare sulle origini
dell’attuale crisi, sui suoi protagonisti e la posta in gioco. Tutti i grandi
mezzi di comunicazione in Occidente sono, di fatto, schierati con
l’opposizione, scesa in piazza a contestare l’esito del voto presidenziale. Se sull’Iraq
l’asse transatlantico Stati Uniti-Ue ha rischiato, ed in parte rischia, di
incrinarsi sensibilmente, nonostante diversi e sempre più frequenti tentativi
di ricucitura, sull’Ucraina si è riannodata l’unità perduta e tanto agognata.
Alle principali testate giornalistiche di riferimento della GAD (o “Alleanza”
che dir si voglia) non pare vero di potersi rimettere al servizio dell’amico
ritrovato, mentre una faticosa equidistanza regna sovrana all’estrema sinistra.
Putin, la NATO e l’Ucraina
Con la fine dell’URSS e la vittoria delle forze controrivoluzionarie
l’Ucraina ha subito, come la Russia eltsiniana, le devastazioni del
neoliberismo e di un modello di transizione teso a favorire unicamente la
“borghesia compradora” e le multinazionali occidentali. Tanto Kravciuk
(1991-1994) quanto Kuchma hanno di fatto favorito la svendita del patrimonio
industriale e produttivo del paese, con gravissime conseguenze sul piano
sociale, mascherandosi dietro una retorica dai toni fortemente nazionalistici.
Il paese è stato depredato senza ritegno alcuno, tanto che “l’Ucraina, la ricca
Ucraina, quella che era il granaio dell’URSS e uno dei suoi pilastri
industriali, conosce un totale dissesto, con un crollo impressionante sia per
l’industria che per l’agricoltura: gli abitanti delle sue città sono ridotti ad
avere poche ore di elettricità e di riscaldamento, pur nel pieno del suo lungo
e rigido inverno. Il salario medio si aggira su una cifra corrispondente a
circa 100.000 lire italiane, mentre i prezzi degli alimentari sono gli stessi
che in Italia (e in America). L’indipendenza, anziché galvanizzare il paese, lo
ha demoralizzato e ha aggravato la divisione fra regioni occidentali e
orientali, queste ultime sentendo assai forte il richiamo di un saldo quanto
antico legame con la Russia”[i].
Nonostante esistesse una contraddizione evidente all’interno delle oligarchie
al potere in Ucraina, in parte legate all’allora primo ministro Viktor
Juschenko e sostanzialmente favorevoli ad un’accelerazione del processo di
integrazione della ex repubblica sovietica all’interno del sistema di alleanze
euroatlantico, ed in parte al capitale industriale del sud e dell’est, legato
mani e piedi alla Russia e forte del sostegno del Presidente Kuchma, il quadro
ha subito una progressiva quanto inesorabile modifica solamente con l’ascesa al
potere di Putin. Dalla fine del 1999, il processo di ricostruzione di una base
economica nazionale nella Russia devastata e razziata dagli oligarchi e
dall’Occidente, funzionale ad una collocazione autonoma di Mosca nel contesto
internazionale, ha avuto un effetto dirompente in Ucraina, producendo una
lacerante e profonda divisione delle oligarchie al potere. Divisione
ulteriormente approfondita dal tentativo di Mosca di ricostruire il proprio
sistema di alleanze, a partire da una nuova e progressiva integrazione di
quello spazio ex sovietico che da un decennio era oggetto delle mire egemoniche
degli Stati Uniti e del nascente imperialismo europeo attraverso il processo di
espansione della nuova Nato e della Ue[ii].
Il 2001 è stato l’anno della prima, grande crisi a Kiev, caratterizzata da
contestazioni di massa contro Kuchma
guidate dalle forze di ispirazione nazional-liberale, forti del sostegno
dell’Occidente e del governo Juschenko. Con i comunisti che manifestavano con
modalità e piattaforma alternative[iii]. La
reazione occidentale contro il Presidente ucraino, reo di aver incontrato nel
febbraio Putin per sottoscrivere una serie di accordi bilaterali, è stata a dir
poco rabbiosa, nonostante quest’ultimo, politico scafato e camaleontico, non
avesse alcuna intenzione di rompere con chi lo aveva fino ad allora protetto e
coccolato. Basti quanto dichiarato allora da George Soros, magnate statunitense
e grande finanziatore del golpe dell’ottobre 2000 a Belgrado: “L’Ucraina come
stato democratico indipendente ha un futuro incerto… I governi occidentali sono
già coinvolti nelle vicende dell’Ucraina, tra le ex repubbliche sovietiche
quella che riceve la quota maggiore di aiuti dagli Stati Uniti, quarta in
assoluto nell’elenco dei beneficiari… L’Occidente deve prendere ora una
posizione chiara, e denunciare il comportamento e le azioni del presidente
ucraino”[iv].
Kuchma, dopo aver vinto il braccio di ferro con la protesta, ha rimosso nel
maggio 2001, con il sostegno determinante dei comunisti, il primo ministro
Jushenko, costringendo in questo modo le cancellerie occidentali a sostituire
le proteste di piazza con la pressione politica e diplomatica. Pressione che si
è tramutata in vera e propria ingerenza già nel corso delle elezioni politiche
del marzo 2002, caratterizzate da un’avanzata di Juschenko, pur se nel contesto
di una tenuta di Kuchma, grazie soprattutto ai collegi uninominali, e con i
comunisti al 20%[v].
Questo il commento di Serghej Markov, direttore dell’Istituto di Ricerche
Politiche di Kiev: “Ci siamo sempre messi a disposizione delle forze di
opposizione, più che di quelle al potere, per ogni questione. Abbiamo
constatato che l’opposizione intendeva manipolare le cifre, utilizzare sondaggi
falsi, per organizzare una forte pressione sul potere. Perciò sono arrivato
alla conclusione che l’opposizione è sul punto di organizzare manifestazioni di
massa nella variante jugoslava, per cercare di assestare un violento colpo al
potere statale. E’ questo il principale pericolo. Non penso che riusciranno nel
loro intento, ma è evidente che, stando anche ai risultati ufficiali, i nemici
del presidente, a Kiev, dove potrebbero essere organizzate le dimostrazioni,
hanno ottenuto più della metà dei consensi. Ora la situazione in Ucraina è
molto complicata. Il nostro compito primario è quello di difendere
l’indipendenza del paese, perché l’opposizione, che si è avviata sulla strada
della preparazione di uno scenario jugoslavo, potrà contare senza alcun dubbio
sul sostegno dei più intransigenti nemici della Russia, a cominciare dal gruppo
Brzezinski-Albright[vi]”.
Parole quasi profetiche.
La lunga fase precedente le
elezioni presidenziali
Nonostante l’estremo tentativo di Kuchma di rassicurare gli Stati
Uniti, inviando un contingente di occupazione di 1.600 uomini in Iraq sotto
comando polacco, le ingerenze di Washington sul governo ucraino sono
costantemente aumentate in vista delle cruciali elezioni presidenziali
dell’ottobre-novembre 2004. Quale migliore occasione per tentare la spallata
finale, data anche la non ricandidabilità di Kuchma?
Alla fine di marzo Soros ha compiuto un viaggio in Crimea per partecipare ai
lavori di un Forum dal titolo significativo “I diritti dei cittadini nelle fasi
elettorali”, al quale hanno preso parte oltre un centinaio di organizzazioni
ucraine per la difesa dei diritti civili. Quelle che seguono sono alcune
dichiarazioni dell’uomo di affari riportate da diverse agenzie di stampa: “Mi
trovo qui non per fare una rivoluzione, come sono stato accusato di aver
spalleggiato in Georgia, ma solamente per parlare a sostegno di elezioni
giuste, onorevoli ed aperte”. Ancora:
“L’Unione Europea deve intensificare le proprie attività in Ucraina, Moldavia e
Georgia.”, utilizzando lo strumento del “bastone e della carota” per convincere
i regimi più recalcitranti alle politiche di espansione della Nato, ovviamente
definiti dispotici ed antidemocratici[vii].
Ai primi di ottobre, un mese prima del voto, il Congresso USA, dopo aver
denunciato per bocca della repubblicana Dana Rorabaker che “attualmente le
elezioni non si stanno svolgendo in modo corretto e libero e che le risorse
governative vengono utilizzate per esercitare il controllo sui risultati
elettorali”, ha stanziato qualcosa come 14 milioni di dollari a sostegno della
candidatura di Juschenko. Cifra, quest’ultima, di dimensioni tutt’altro che
trascurabili.
Ha inizio, a questo punto, una sistematica e preventiva campagna di denuncia di
potenziali brogli e frodi perpetrate dai sostenitori del candidato vicino a
Kuchma, il primo ministro Janukovic, a danno del legittimo vincitore, forte di
alcuni sondaggi preconfezionati. Tanto che “L’Unità”, il giorno del primo
turno, ha scrito: “c’è chi parla di un possibile “golpe bianco” sul tipo di
quello avvenuto in Georgia nel caso che il candidato dell’opposizione, che ora
sembra in vantaggio, venisse sconfitto. Juschenko ha già dichiarato che in
questo caso si appellerà alla piazza per denunciare la truffa elettorale e
chiedere nuove elezioni”[viii].
Se questo è il contesto, non può far altro che lasciare esterrefatti il
commento espresso nel medesimo articolo poche righe più sopra: “non c’è da
stupirsi che l’orso russo abbia messo la sua zampa sulle elezioni ucraine come
fossero di propria competenza”. Da manuale della malafede.
Sulla stessa lunghezza d’onda, se non peggio, il quotidiano “La Repubblica”:
“L’Ucraina al voto tra i brogli, opposizione pronta alla rivolta… Lungo il
fiume e tra le colline di Kiev attendono ora 40.000 soldati e centinaia di
mezzi militari. I 33 mila seggi somigliano a caserme chiamate all’adunata… il
colpo di scena potrebbe infine riservarlo l’azienda elettrica. Le autorità,
informando di lavori, hanno annunciato possibili black-out. Alla lettura degli
exit poll seguirebbe una notte senza luce e priva di rete per i telefoni.
L’avviso di una sorta di coprifuoco ha causato un imprevisto terremoto…”[ix].
Come vedremo, non solamente nulla di tutto questo è accaduto, ma l’evolversi
degli avvenimenti avrebbe assunto ben altra piega.
Quasi scontato, di fatto, l’esito del primo turno, con i due maggiori candidati
quasi alla pari (39,18% Juschenko, contro il 40,12% di Janukovic) e con Stati
Uniti ed OSCE pronti a sfornare exit-poll alternativi e gridare allo scandalo,
nonostante la presenza ai seggi di migliaia di osservatori stranieri con una
libertà di movimento e di azione pressoché totali.
Tutto è rimandato al
ballottaggio
Così “La Repubblica” descrive i candidati: “Il riformista Juschenko,
nazionalista euro-entusiasta e con una moglie americana che ha lavorato al
dipartimento di Stato con Clinton, promette di avvicinare l’Ucraina a Ue, Nato
e Wto. Il cremliniano Janukovic, incoronato erede di Kuchma da un invito nella
dacia di Putin per il compleanno, assicura invece la tutela degli interessi
russi nel paese e il sostegno ucraino alla nuova comunità economica comune (con
Bielorussia e Kazakhstan) guidata da Mosca. La guerra fredda si riaffaccia
bollente: lardo e dollari contro petrolio e rubli”[x].
Se volessimo brutalizzare la differenza, potremmo forse definire Janukovic come
il rappresentante della borghesia nazionale ucraina, preoccupata dai
contraccolpi che l’integrazione nella Ue e nella Nato potrebbe determinare per
il sistema economico-industriale-militare del paese, e di quella parte
dell’oligarchia che, cresciuta all’ombra di Kuchma, guarda con interesse a
Mosca. Mentre Juschenko, dall’altra parte, forte dell’appoggio di Washington e
Bruxelles e della destra nazionalista e fascista dell’occidente ucraino, in
parte legata al clero “uniate”, ha più volte ribadito la necessità di
accelerare le riforme economiche in senso neoliberista e l’integrazione
euroatlantica.
A fianco dell’attuale primo ministro Janukovic si sono schierati il piccolo ma
combattivo Partito Progressista Socialista di Ucraina, guidato da Natalya
Vitrenko, e parte del Partito Comunista Ucraino (Grac ed i comunisti di
Crimea), mentre assai più sfumato e prudente è risultato l’atteggiamento di
Simonenko, segretario generale del partito, che si è limitato, di fatto, ad
accusare Kuchma di lavorare per Juschenko[xi].
Domenica 21 novembre, giorno del ballottaggio, la tensione era già alle stelle.
Subito dopo la chiusura delle urne, sono stati diffusi sondaggi che davano
largamente vittorioso Juschenko, mentre migliaia di persone scendevano in
piazza a Kiev per accusare le autorità di voler modificare il responso delle
urne attraverso brogli e falsificazioni su vasta scala. La tensione si è
trasformata in rivolta quando la Commissione Elettorale Centrale ha reso noti i
risultati teoricamente finali dello scrutinio: Janukovic 49,46% (15,1 milioni
di voti), contro il 46,61 di Juschenko (14,2 milioni di voti). Da quel momento,
abbiamo assistito ad un copione già messo in onda con successo nell’ottobre
2000 a Belgrado[xii]:
assedio ai palazzi del potere che non si arrende, mentre Stati Uniti ed Ue
diffidano le autorità ucraine dal ratificare il risultato elettorale,
minacciando serie conseguenze in caso contrario. Vale la pena riportare quanto
dichiarato, dall’altra parte, da Putin, che ha accusato Washington ed Bruxelles
di ingerenza negli affari interni di un paese sovrano: “Sappiamo in quali
condizioni di difficoltà si sono svolte le elezioni in Afghanistan, sappiamo
come sono andate le elezioni nel Kosovo, dove centinaia di migliaia di serbi,
cacciati dalle loro case, non hanno potuto prendere parte alla votazione.
Conosco le conclusioni che l’OSCE ha tratto anticipatamente in merito alle
elezioni in Iraq, e anche voi le conoscete. Se in futuro qualcuno utilizzerà
l’OSCE per raggiungere i propri obiettivi politici, allora questa
organizzazione perderà la propria autorità nel mondo”. A buon intenditor, poche
parole.
Il resto è cronaca di queste ore, con le regioni fedeli a Janukovic pronte a
dichiarare l’autonomia nel caso Juschenko riuscisse a ribaltare l’esito del
voto, con migliaia di minatori del Donetsk e lavoratori che, dopo aver
minacciato di marciare su Kiev, sono scesi in piazza a difesa del risultato
elettorale. Alla fine, dopo diversi tentativi di mediazione del tutto
interessati da parte di Solana, alto rappresentante per la politica estera e di
sicurezza europea, e di due Presidenti della “nuova Eruopa” di Rumsfeld, il
polacco Kwasnewski ed il lituano Adamkus, parrebbe essere stato raggiunto un
compromesso, i cui contenuti potranno essere valutati solamente nei prossimi
giorni. Compromesso che non esclude, ovviamente, la possibilità di ulteriori e
rapide precipitazioni della crisi. Ad
oggi, Janukovic non è Presidente, ma la spallata finale dell’opposizione
liberista e filo-imperialista non è riuscita, nonostante la grande ambiguità
che ha contraddistinto l’atteggiamento dello stesso Kuchma. Interessante, a tal
proposito, quanto dichiarato dal comunista Grac alla vigilia del ballottaggio:
“Il secondo turno sarà pesantissimo dal punto di vista della situazione
politica. Dal punto di vista dell’eccitazione delle piazze, delle provocazioni,
delle mistificazioni. Lo abbiamo già vissuto nel 1990-1991, quando le stesse
forze hanno preso d’assalto la capitale e hanno fatto la controrivoluzione. All’epoca
delle cosiddette “rivoluzioni delle capitali”, in realtà è passata la
controrivoluzione. Ma coloro che si apprestano a mettere sottosopra Kiev,
devono sapere che oggi esistono potenti opinioni regionali. Le regioni diranno
la loro. E sicuramente, tra queste, ci sarà la Crimea. Se qualche signore pensa
che controllare il viale Kreshatik significhi avere già conquistato il potere,
pensi bene a quello che fa, perché allora in piazza potrebbe scendere il resto
dell’Ucraina”[xiii].
Chi ha organizzato “gli arancioni”
di Kiev?
Nulla di quanto accaduto in queste settimane in Ucraina è stato
spontaneo e casuale, bensì il frutto di una meticolosa organizzazione,
finanziata dall’esterno, che ha visto coinvolti diversi soggetti. Esattamente
come nel 2000 a Belgrado. Vale la pena addentrarci, oggi come allora, in un
tentativo di analisi, ben sapendo di camminare su un terreno accidentato.
Illuminante, a tal proposito, quanto scrive
il “Guardian”: “Mentre i vantaggi della “rivoluzione chestnut” dipinta
di arancione appartengono all’Ucraina, la campagna è una creazione americana,
un’esercitazione sofisticata e brillantemente ideata, col marchio occidentale
ed una dimensione di massa, utilizzata in quattro paesi nel corso di quattro
anni nel tentativo di recuperare processi elettorali manomessi e rovesciare
regimi sgraditi. Fondata ed organizzata dal governo degli Stati Uniti,
dispiegando specialisti, sondaggisti e diplomatici, dai due grandi partiti
americani e dalle organizzazioni non governative, la campagna è stata per la
prima volta utilizzata in Europa nel 2000 a Belgrado, con l’obiettivo di
sconfiggere Milosevic nell’urna. Richard Miles, ambasciatore USA a Belgrado, ha
giocato un ruolo chiave. E dall’anno
scorso, come ambasciatore a Tiblisi, ha ripetuto il trucco in Georgia… Tre mesi
dopo il successo avuto a Belgrado, l’ambasciatore USA a Minsk, Michael Kozak,
un veterano di simili operazioni in America Centrale, e precisamente in
Nicaragua, ha organizzato una campagna pressoché identica per tentare di
sconfiggere l’uomo forte di Belarus, Alexander Lukashenko. Quella è fallita… Ma
l’esperienza acquisita in Serbia, Georgia e Bielorussia è stata assai preziosa
nell’organizzazione del progetto per rovesciare il regime di Leonid Kuchma a
Kiev”. Determinante, a Tiblisi come a Minsk e Kiev, il contributo dei giovani
belgradesi di “Otpor”, già protagonisti nel 2000 e tra i fondatori del
movimento studentesco “Ukrainian Pora”. Ancora il “Guardian”[xiv]:
“Nelle settimane recenti, molti serbi si sono recati in Ucraina, mentre uno dei
leader provenienti da Belgrado, Aleksandar Maric, è stato respinto alla
frontiera… Ufficialmente il governo USA ha investito 41 milioni di dollari
nell’organizzare le operazioni di lungo periodo per rovesciare Milosevic, a
partire dall’ottobre 1999. In Ucraina la cifra parrebbe aggirarsi sui 14
milioni di dollari”. Tra i finanziatori, ovviamente, compare anche il nome di
Geroge Soros. Conclusione: “Se gli eventi a Kiev dovessero dare ragione agli
USA nella loro strategia di aiuto agli altri popoli per vincere le elezioni e
conquistare il potere contro regimi antidemocratici, sicuramente l’esercizio
verrà tentato dovunque nel mondo post-sovietico. I luoghi da verificare sono la
Moldavia ed i paesi autoritari dell’Asia Centrale”.
Ecco spiegati, in breve, il viaggio di Soros in Crimea, la destinazione dei
fondi stanziati dal Congresso USA e… le inaccettabili ingerenze russe tanto
duramente stigmatizzate da “L’Unità”!
Colpisce, infine, il fatto che alcuni degli organizzatori delle manifestazioni
di Kiev e di Belgrado si esprimano con una terminologia del tutto simile ad una
parte del “movimento dei movimenti” italiano (leggendo quanto segue, si
rifletta, ad esempio, sulle dinamiche di Genova 2001): Nenad Belcevic (Otpor)
si sarebbe più volte recato a Kiev con l’obiettivo di insegnare “le tecniche
per resistere alle cariche della polizia. Per sempio come difendersi dai
lacrimogeni con limoni e fazzoletti, oppure portare con sé uno zaino imbottito
di gionali per assorbire i colpi di manganello, o le scarpe migliori da
indossare”[xv].
Entusiastica la ricostruzione de “La Repubblica” dell’attività di questi
“scienziati delle rivolte, maestri della gestione delle piazze”. Salvo poi
scandalizzarsi, in Italia, per un semplice ed innocuo “esproprio proletario”[xvi].
Così si esprime, sotto anonimato, uno dei protagonisti delle agitazioni di
piazza, con un linguaggio tanto evocativo quanto, per certi versi, familiare:
“Occorre un innesco clamoroso, ma legale. Il motore, poi, sono i giovani, gli
studenti, la parte più attiva e creativa della società… Occorre un campo di
battaglia. Non può che essere la piazza principale della capitale, il simbolo
del Paese. Questa diventa la sola fonte delle
notizie. Il palcoscenico è il punto più forte e più debole dell’azione…
Il simbolo è decisivo… La compattezza della rivolta si ottiene con lo spettro
della repressione armata, con la possibilità di andare in senso unico suonando
il clacson, con i primi piani di persone comuni in mondovisione, con una
conquista al giorno: il parlamento, il palazzo presidenziale, il governo…Perché
infine è il senso della storia a fare la differenza. Ogni insorto deve sentirsi
protagonista di un passaggio storico, di un evento memorabile ed eroico”[xvii].
Scampoli di “disobbedienza” al servizio dell’imperialismo.
La posta in palio e la
funzione dei comunisti
Secondo quanto sostenuto dallo specialista statunitense Robert
Cutler già nel febbraio 2001 (Istituto di Studi Europei e Russi, Università di
Carleton): “mentre la Bielorussia è un paese regionale, l’Ucraina è un paese
strategico… La connessione dell’Ucraina alla Russia può costituire un ostacolo
alla sua integrazione all’ovest… Il meeting del G7 del 1994 a Winnipeg, in
Canada, ha messo in grande rilievo, nell’esaminare e promuovere le riforme in
Ucraina, la necessità di dare sbocco alle aspirazioni dell’Ucraina di
ricongiungersi all’Occidente”[xviii].
La vittoria di Juschenko significherebbe, inevitabilmente, un’ulteriore e
prepotente espansione della Nato ad est, come parte di un progetto complessivo
di penetrazione economica e militare verso l’Asia, tentando così di
condizionare non solamente l’emergere di potenze rivali sul piano
geostrategico, a partire soprattutto dalla Cina, ma anche l’affermazione di un
ipotetico “asse asiatico” nel contesto della globalizzazione capitalistica. A
questo, di fatto, sono servite le guerre contro l’Afghanistan e l’Iraq, come
ormai emerso da diversi ed importanti studi e saggi. L’obiettivo dichiarato di
Washington è “destabilizzare la stessa Federazione Russa”[xix].
A tal proposito, nonostante il generoso e forse frettoloso sostegno di Putin
alla candidatura di Bush alle recenti presidenziali Usa, l’idillio tra i due
parrebbe davvero morto e sepolto. Brzezinski, sempre lui, dopo aver accusato
Putin di “condividere idee nostalgiche”, ha valutato in questo modo la
situazione ucraina: “Ciò che stà avvenendo a Kiev avrà ripercussioni nella
Federazione Russa. Non ci troviamo di fronte a un evento di importanza
secondaria. Una vittoria della democrazia a Kiev rafforzerebbe chi a Mosca si
batte e vuole la democrazia (gli oligarchi che per un decennio hanno affamato
il popolo russo e finanziato tanto Eltsin quanto i separatisti ceceni, nota
dell’autore). Una sconfitta della democrazia a Kiev invece darebbe forza a chi
a Mosca persegue disegni nostalgici ed è animato da propositi illiberali e
dispotici”[xx].
Chiaro e semplice.
A ragione, allora, l’intellettuale marxista russo Dmitrij Jakushev nota che “è
addirittura possibile affermare che l’Ucraina sta attraversando il suo “momento
della verità”, che asume un significato storico per tutto il mondo. E’ proprio
in Ucraina che oggi si manifestano le più acute contraddizioni mondiali. La
Russia non può permettere che qui si affermi un regime nazionalista ad essa
ostile, perché in tal caso sarebbe la stessa Russia ad avere i giorni contati.
La Russia non può esistere senza l’Ucraina, sua parte costitutiva
indispensabile. L’Occidente, invece, non può permettere che l’Ucraina cada
sotto l’influenza della Russia. Ci troviamo di fronte ad una contraddizione che
può essere risolta solo con la forza…”[xxi].
La collocazione dei comunisti in questo contesto, caratterizzato da sistemi
economici e politici devastati da un decennio di restaurazione neoliberista, da
pulsioni autoritarie (si ricordi Eltsin…), da una vasta corruzione e da uno
scontro feroce tra borghesia compradora e nazionale, continua ad essere oggetto
di approfondito dibattito in Russia come in Ucraina, con esiti a volte
drammatici.
Interessante, a tal proposito, quanto dichiarato dalla comunista ucraina Tamila
Yabrova, parlando dei due contendenti: “Si tratta di due rappresentanti del
capitale monopolistico, ma c’è una differenza. Juschenko rappresenta unicamente
il capitale americano. Si serve dei fascisti e dei nazionalisti come truppe
d’assalto. Noi non idealizziamo l’altro candidato, Janukovic. Ma egli
rappresenta anche gli interessi della borghesia ucraina, quella che vuole
mantenere integra l’industria nell’est e nel sud del paese. Che è favorevole
allo sviluppo della classe operaia. Quando c’è lavoro, il movimento operaio è
più forte… Il nostro obiettivo, qui, non è al momento quello di rovesciare il
capitalismo, ma di difendere la nostra indipendenza contro gli Stati Uniti.
L’imperialismo americano vuole estendere la sua influenza e stabilire il suo monopolio
sulla regione. Vuole privare la Russia del petrolio attorno al Caspio. In
questa situazione concreta, noi di conseguenza sosteniamo Janukovic contro
Juschenko. Lenin ci insegna che non dobbiamo solamente utilizzare le
contraddizioni tra capitalisti, ma persino la più piccola crepa nel fronte dei
capitalisti”[xxii].
Marcello Graziosi
(Segreteria Regionale PRC Emilia-Romagna)
Note
[i] Sulla transizione in Russia e nelle ex repubbliche sovietiche esistono ormai diversi studi e contributi degni di rilievo. Mi limito qui a citare il testo di A. Catone, 1989-1999. La controrivoluzione russa, La Città del Sole, Napoli 2000. La citazione è invece tratta da G. Boffa, L’ultima illusione. L’Occidente e la vittoria sul comunismo, Laterza, Roma-Bari 1997, p. 45.
[ii] L’Ernesto ha seguito da anni con attenzione l’evoluzione della situazione in Russia, che è stata e rimane oggetto di discussione aperta, con esiti anche drammatici, tra gli stessi comunisti e marxisti russi.
[iii] La nostra rivista ed il sito www.resistenze.org hanno seguito con attenzione l’evolversi della situazione in Ucraina: su quanto accaduto nel 2001 vedi M. Gemma, “L’Ucraina al bivio: tra l’adesione all’occidente e l’integrazione nell’ex spazio sovietico”; in “L’Ernesto”, n. 4, luglio-agosto 2001.
[iv] G. Soros, “L’incerto futuro della nuova Ucraina”; in “La Repubblica”, 06 marzo 2001.
[v] Su questo, M. Gemma, “Ucraina: più difficile l’annessione alla Nato”; in “L’Ernesto”, n. 2, marzo-aprile 2002.
[vi] S. Markov, “Non dobbiamo permettere una variate jugoslava in Ucraina”, 1 aprile 2002, traduzione a cura di Mauro Gemma. Brzezinski, già Consigliere per la Sicurezza Nazionale del Presidente Carter, costituisce una delle voci più ascoltate della politica estera statunitense. Suo il progetto di suddivisione della Russia in tre grandi macroregioni nel 1999, quando il grande paese pareva ormai avviato verso l’implosione, dopo un decennio di riforme eltsiniane.
[vii] In Georgia, un anno fa, una “rivoluzione di velluto” ha rovesciato l’allora Presidente Shevardnadze, già uomo di Washington ma ormai non più in grado di controllare le spinte centrifughe, che ponevano fortemente a rischio l’integrità territoriale del paese e, di conseguenza, il progetto di espansione della Nato. L’ultimo ministro degli esteri sovietico, passato armi e bagagli all’Occidente, è stato sostituito con il più giovane ed energico Saakashvili. In Moldavia, invece, governano dal 2001 i comunisti, dopo aver stravinto le elezioni politiche.
[viii] M. Mura, “Dopo Kuchma, Kiev sceglie il presidente”; in “L’Unità”, 31-10-2004.
[ix] G. Visetti, “L’Ucraina al voto tra i brogli. Opposizione pronta alla rivolta”; in “La Repubblica”, 31-10-2004.
[x] idem
[xi] Una valutazione davvero meditata e compiuta dell’atteggiamento dei comunisti e delle sinistre in generale nel contesto della crisi ucraina non è certamente possibile in questa fase.
[xii] Su questo, vale la pena rileggersi i contributi apparsi su “L’Ernesto”, Anno VIII, n. 5, settembre-ottobre 2000
[xiii] L. Grac, “La vittoria di Juschenko è la divisione dell’Ucraina”; in www. partarkiv.info (10 novembre 2004, traduzione a cura di Mauro Gemma). Su quanto accaduto in Ucraina nel 1990-1991 vale la pena leggere quanto scrive Boffa, op. cit.
[xiv] I. Traynor, “Una campagna Usa dietro i rivolgimenti di Kiev”; in “The Guardian”, 26-11-2004. Parte di questo interessante articolo è riportato in F. Biloslavo, “Nasce a Belgrado la rivolta ucraina”, “Il Giornale”, 30-11-2004.
[xv] Biloslavo, cit.
[xvi] G. Visetti, “Rabbia, slogan e spettacolo. Così si crea la rivoluzione perfetta”; in “La Repubblica”, 29-11-2004.
[xvii] idem
[xviii] R. Cutler, “US policy must be sensitive to Ukraine’s balancing act”, citato in M. Gemma, “L’Ucraina al bivio…”, art. cit.
[xix] T. Di Francesco, M. Dinucci, “Che cosa c’è in gioco davvero dietro la partita di Kiev”; in “Il Manifesto”, 25-11-2204. “Anche se la Nato rassicura la Russia sulle sue intenzioni pacifiche, a Mosca sanno bene che, inglobando anche l’Ucraina, la Nato (sotto l’indiscussa leadership statunitense) penetrerebbe ancora più in profondità nel territorio dell’ex Urss, esercitando un’accresciuta pressione politico-militare su ciò che resta dell’Urss”.
[xx] intervista a Z. Brzezinski, “La Stampa”, 24-11-2004.
[xxi] D. Jakushev, “Sulle elezioni in Usa e in Ucraina”; contributo apparso sul sito www.left.ru e riportata su www.resistenze.org (traduzione a cura di Mauro Gemma).
[xxii] L’intervista a
Tamila Yabrova è apparsa su “Solidarie”, settimanale del Partito del Lavoro del
Belgio, a cura di Jef Bossuyt (27-11-2004)..